Giuseppe Curigliano oncologo: “Contro il cancro ci sarà una cura, la speranza è il motore del paziente”

Giuseppe Curigliano oncologo

Giuseppe Curigliano, uno dei massimi esperti mondiali di oncologia, ha scelto di parlare a cuore aperto. Nel pieno del suo mandato da presidente eletto di ESMO, la Società europea di oncologia medica, l’oncologo milanese ha rilasciato un’intervista intima al Corriere della Sera in cui non parla solo di trial clinici e terapie innovative, ma di speranza vera, di quel motore interiore che tiene in piedi chi combatte il cancro. Una dichiarazione che sta facendo il giro dei social e delle chat dei pazienti: «Il paziente non deve mai perdere la speranza. Mai. Perché la speranza è il motore del malato».

Curigliano, 58 anni a maggio, ordinario di Oncologia Medica all’Università Statale di Milano e vicedirettore scientifico dell’Istituto Europeo di Oncologia, non è nuovo a posizioni coraggiose. Da anni guida la Divisione di Sviluppo Precoce dei Farmaci all’IEO, ha contribuito a far approvare terapie che oggi salvano vite nel tumore al seno e in altri solidi, e sta preparando il suo biennio alla guida di ESMO dal 2027. Eppure in questa intervista non indossa il camice del luminare: racconta la sua infanzia da emigrante, nata a Noranda, in Canada, da genitori calabresi di Monterosso Calabro, in provincia di Vibo Valentia. Un bambino che ha deciso di fare il medico dopo un incidente in pronto soccorso, quando una finestra gli è caduta sul braccio e i camici bianchi hanno rappresentato salvezza e futuro.

Quel sogno di bambino – «Contro il cancro ci sarà una cura» – non lo ha mai abbandonato. Curigliano lo ripete con la serenità di chi sa che la strada è lunga: «Non lo so quando. Ma arriverà. Per tante altre malattie la risposta definitiva è arrivata. Se arrivasse anche per il cancro, diventeremmo quasi immortali. Scoprire la cura per il cancro potrebbe significare scoprire il codice della vita». Parole che suonano quasi provocatorie in un’epoca in cui si parla di cronicizzazione della malattia, di terapie sequenziali, di convivenza con il tumore. Lui, che ha visto morire pazienti e ha accompagnato figure come Oriana Fallaci nei suoi ultimi mesi, non rinuncia a quel traguardo lontano. Sa che non sarà nei prossimi cento anni, ma crede fermamente che arriverà.

È proprio questo il messaggio che sta colpendo di più chi vive il cancro da vicino: la speranza non è illusione, è carburante. «Bisogna fare tutto il possibile perché quella persona possa convivere con la malattia. Senza perdere mai la speranza che un giorno possa arrivare una scoperta scientifica che cambi la storia naturale di quella malattia». Un concetto che va oltre i numeri delle statistiche e tocca la dimensione più umana della cura. In un momento in cui i casi di tumore sono destinati a raddoppiare entro il 2050, secondo proiezioni che lui stesso ha citato in passato, Curigliano ribalta il discorso: la scienza avanza, la medicina di precisione con biopsia liquida e intelligenza artificiale sta già cambiando le carte in tavola, ma senza la forza interiore del paziente tutto resta più difficile.

Il suo percorso personale rende ancora più potente questo invito alla speranza. Da figlio di emigranti calabresi, cresciuto bilingue tra Canada e Italia, ha scelto una specialità che negli anni Ottanta era considerata “l’ignorante” della medicina interna. Ha studiato a Charleston con maestri italo-americani, è tornato in Italia per servire nell’aeronautica e poi ha accettato l’offerta di Umberto Veronesi all’IEO nascente. Ha lavorato con Aron Goldhirsch, ha conosciuto da vicino il dolore di chi combatteva. Oggi, da leader europeo, continua a ripetere che la medicina non è solo dati e algoritmi: serve l’empatia, serve ascoltare il malato, serve minimizzare gli interventi quando possibile ma non arrendersi mai.

Le sue parole stanno dividendo e unendo al tempo stesso. Sui social molti pazienti e familiari le condividono come un’ancora di salvezza: «Finalmente un oncologo che non ci parla solo di percentuali ma di vita». Altri, più scettici, si chiedono se non sia troppo ottimista in un sistema sanitario sotto pressione. Ma Curigliano non promette miracoli immediati: parla di prevenzione quotidiana, di stili di vita, di screening, di alimentazione, di attività fisica. E soprattutto di quel “tocco umano” che i giovani oncologi a volte rischiano di perdere tra cartelle cliniche e protocolli.

In un’Italia dove il cancro resta la seconda causa di morte, le riflessioni di Giuseppe Curigliano arrivano come un pugno allo stomaco e una carezza insieme. Non è il solito bollettino di guerra sui nuovi farmaci. È la voce di un uomo di scienza che non ha dimenticato di essere stato un bambino con un sogno. E che oggi, dal vertice della oncologia europea, lo consegna a tutti coloro che stanno lottando: la speranza non è un optional. È l’arma più potente che abbiamo mentre la ricerca corre verso quella cura definitiva.

Chissà se quel giorno arriverà davvero. Curigliano è convinto di sì. E forse è proprio questa convinzione, radicata in una vita fatta di migrazioni, incontri straordinari e battaglie quotidiane, a rendere il suo messaggio così potente. Per i malati di oggi e per le generazioni che verranno, la partita contro il cancro non è solo una questione di laboratori. È anche, e soprattutto, una questione di cuore.

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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