Russia e Cina veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: fallisce la risoluzione per la sicurezza nello Stretto di Hormuz

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è tornato sotto i riflettori della diplomazia internazionale dopo che Russia e Cina hanno esercitato il diritto di veto su una risoluzione proposta dagli Stati del Golfo per proteggere la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Il voto di ieri, 7 aprile 2026, ha registrato 11 voti a favore, ma è stato bloccato dalle due potenze permanenti, con astensioni di Colombia e Pakistan. Il fallimento dell’iniziativa avviene mentre il braccio di mare strategico rimane in gran parte chiuso a causa dell’escalation del conflitto in Medio Oriente, con conseguenze immediate sui flussi energetici globali e sul prezzo del petrolio.
La bozza di risoluzione, presentata dal Bahrain a nome di Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, chiedeva agli Stati interessati di coordinare sforzi difensivi per garantire la sicurezza della navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz e invitava l’Iran a cessare immediatamente gli attacchi alle navi e ogni tentativo di ostacolare la libera circolazione. Il testo, già annacquato nelle settimane precedenti per tentare di evitare il veto, non conteneva più riferimenti espliciti all’uso della forza, ma si limitava a incoraggiare misure difensive proporzionate alla situazione. Nonostante il largo sostegno dei membri non permanenti e dei Paesi occidentali, il Consiglio non è riuscito a raggiungere il consenso necessario tra i Cinque Permanenti.
Durante la riunione, l’ambasciatore statunitense Mike Waltz ha sottolineato che lo Stretto di Hormuz è vitale per il mondo intero e non può essere “ostaggio” di alcun Paese, ricordando le azioni passate dell’Iran contro la navigazione internazionale. Il ministro degli Esteri del Bahrain, Abdullatif bin Rashid Al Zayani, ha espresso profondo rammarico per l’esito del voto, affermando che “l’incapacità di adottare questa risoluzione invia un segnale sbagliato al mondo: quello che le minacce alle vie d’acqua internazionali possono passare senza un’azione decisa del Consiglio di Sicurezza”.
L’ambasciatore russo Vassily Nebenzia ha motivato il veto spiegando che il testo dipingeva le azioni iraniane come unica causa delle tensioni regionali, omettendo gli “attacchi illegali” degli Stati Uniti e di Israele. L’ambasciatore cinese Fu Cong ha criticato la bozza per non aver colto le cause profonde del conflitto in modo equilibrato e completo, auspicando un ritorno alla pace attraverso il dialogo sulle radici del problema. La posizione di Mosca e Pechino riflette la profonda spaccatura che caratterizza il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su ogni dossier legato al Medio Oriente.
Il contesto geopolitico è drammatico. Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio mondiale, è bloccato da settimane a causa delle operazioni militari tra Stati Uniti, Israele e Iran. La crisi ha già fatto schizzare i prezzi energetici e minaccia l’approvvigionamento di aiuti umanitari nella regione. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, organo principale responsabile del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, si trova ancora una volta paralizzato dal veto dei membri permanenti, come accaduto in passato su Gaza, Ucraina e altre crisi. La sua autorità ne esce ulteriormente indebolita proprio mentre il mondo ha più bisogno di un meccanismo multilaterale efficace.
Le reazioni internazionali sono immediate e nette. I Paesi del Golfo hanno deplorato l’esito, considerandolo un via libera indiretto alle minacce contro le rotte commerciali vitali. Washington ha ribadito il pieno sostegno alla proposta, allineandosi con gli alleati arabi. Analisti diplomatici a New York e nelle capitali europee sottolineano come questo veto accentui le divisioni tra blocchi: da una parte gli Stati Uniti e i partner occidentali e del Golfo, dall’altra Russia e Cina, che accusano l’Occidente di voler strumentalizzare il Consiglio per giustificare un’ulteriore escalation militare. Teheran, dal canto suo, ha definito la risoluzione “parziale e politicamente motivata”.
Il dibattito al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite illumina le tensioni strutturali del sistema multilaterale. In un momento in cui il conflitto in Medio Oriente rischia di allargarsi, con ripercussioni dirette su economia globale, migrazioni e stabilità energetica, l’incapacità di trovare un terreno comune tra le grandi potenze rischia di aggravare l’instabilità. Fonti diplomatiche a New York indicano che potrebbero seguire nuovi tentativi di mediazione bilaterale o iniziative parallele fuori dal Consiglio, ma il segnale di oggi è chiaro: su questioni di sicurezza marittima strategica, il fronte tra Est e Ovest rimane rigido.
Questa impasse al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite arriva in un periodo di crescente attenzione dell’opinione pubblica verso le crisi internazionali. Il blocco della risoluzione sullo Stretto di Hormuz evidenzia come le divisioni geopolitiche stiano ostacolando risposte collettive a minacce che riguardano l’intera comunità internazionale, dal prezzo del carburante alle forniture alimentari. In un mondo sempre più interdipendente, il ruolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite appare più che mai decisivo – e, al tempo stesso, drammaticamente fragile.