Hormuz riapre dopo l’ultimatum di Trump: il cessate il fuoco con l’Iran che evita il collasso del petrolio mondiale

Lo Stretto di Hormuz è di nuovo navigabile. Dopo settimane di blocco quasi totale imposto da Teheran e un ultimatum drammatico del presidente Donald Trump, Stati Uniti e Iran hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco di due settimane condizionato alla riapertura immediata e sicura del passaggio strategico. È la notizia che ha fatto tremare i mercati globali e che oggi, 8 aprile 2026, riporta un sospiro di sollievo nelle borse di mezzo mondo. Ma dietro la tregua fragile si nasconde una tensione geopolitica che rischia di esplodere di nuovo da un momento all’altro.
Il nodo è sempre stato Hormuz, quel braccio di mare largo appena 34 chilometri tra Iran e Oman attraverso il quale transita un quinto del petrolio e del gas liquefatto del pianeta. Da quando, a fine febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’offensiva contro l’Iran, Teheran ha usato lo stretto come arma di ricatto: navi bloccate, transiti selettivi solo per “paesi amici”, minacce di mine e attacchi. Trump ha risposto con toni da ultimatum: prima 48 ore, poi spostate a martedì sera, con minacce esplicite di distruggere centrali elettriche, ponti e infrastrutture civili iraniane. «Una intera civiltà morirà stanotte», aveva scritto su Truth Social, in un linguaggio che ha fatto rabbrividire analisti e alleati. Poi, all’ultimo minuto, il dietrofront: accettazione della proposta di tregua mediata dal Pakistan, con negoziati che partiranno venerdì a Islamabad.
Come riportato da Reuters e dall’Associated Press, l’accordo prevede che l’Iran consenta il passaggio «completo, immediato e sicuro» sotto coordinamento delle sue forze armate. Le prime due navi – la portarinfuse greca NJ Earth e la liberiana Daytona Beach – hanno già attraversato lo stretto nelle ultime ore, secondo i dati di MarineTraffic. Ma c’è una novità controversa: Iran e Oman potranno imporre pedaggi alle navi in transito, un precedente che stravolge il principio di libera navigazione in uno dei corridoi marittimi più vitali del pianeta. Trump ha parlato di «concetto» americano per gestire il traffico post-guerra, lasciando intendere che Washington non escluda un ruolo diretto nella sicurezza futura del passaggio.
La copertura mediatica internazionale ha oscillato tra allarme e cauto ottimismo. CNN News e The New York Times hanno sottolineato il rischio di escalation fino a poche ore fa, con Trump che minacciava di «radere al suolo» l’Iran se non avesse ceduto. Fox News ha esaltato la fermezza presidenziale, mentre The Guardian ha puntato il dito sulle conseguenze umanitarie di un eventuale bombardamento delle infrastrutture civili. Reuters e Al Jazeera, dal canto loro, hanno seguito in tempo reale il via vai diplomatico tra Washington, Teheran e Islamabad, evidenziando come il blocco di Hormuz abbia già provocato rincari record del greggio e interruzioni nelle catene di approvvigionamento globale.
Il contesto è drammatico. Da oltre un mese il mondo assiste a una guerra che ha ridisegnato gli equilibri energetici: prezzi del petrolio alle stelle, code di petroliere ferme nel Golfo, economie del Golfo in affanno. L’Iran, pur sotto attacco, ha mantenuto il controllo operativo dello stretto come unica leva negoziale. Trump, da parte sua, ha alternato minacce apocalittiche a dichiarazioni di «progressi concreti» su un piano di pace in 10 punti. Il risultato è un cessate il fuoco temporaneo che soddisfa nessuno del tutto: Teheran guadagna tempo e pedaggi, Washington evita un disastro economico globale, ma la pace duratura resta un miraggio.
Dal punto di vista strategico, Hormuz non è solo un corridoio petrolifero: è il simbolo del confronto tra America e Iran, tra controllo occidentale delle rotte e ambizioni regionali di Teheran. Gli analisti geopolitici avvertono che due settimane sono un battito di ciglia nella storia di questo conflitto. Se i negoziati di Islamabad falliranno, il blocco potrebbe tornare, con conseguenze devastanti su inflazione, mercati e stabilità mondiale. E non è un caso che Russia e Cina abbiano vetato una risoluzione Onu per la riapertura forzata: Mosca e Pechino hanno interesse a mantenere alta la pressione sull’Occidente.
Per ora, però, i mercati festeggiano. Il petrolio è crollato nelle prime ore di negoziazione asiatica, le borse europee aprono in rialzo. Ma la vera domanda che aleggia su questa tregua è una sola: durerà? Trump ha promesso di «lavorare strettamente» con l’Iran per gestire il traffico accumulato, eppure la sua retorica resta quella di chi considera la vittoria già a portata di mano. L’Iran, dal canto suo, parla di «coordinamento delle forze armate» e di pedaggi come risarcimento di guerra.
Hormuz, in queste ore, è molto più di un nome geografico: è il termometro di una crisi che può ancora degenerare in catastrofe o trasformarsi in un nuovo equilibrio instabile. Il mondo intero terrà gli occhi puntati sulle petroliere che riprendono a solcare quelle acque contese. Perché da qui, dal cuore del Golfo, passa non solo il petrolio, ma il futuro della stabilità globale.