Ilaria Salis nella bufera: casa in comune con l’assistente pregiudicato, FdI chiede dimissioni e resa in Ungheria

Ilaria Salis è di nuovo al centro di una tempesta che rischia di travolgere la sua immagine di eurodeputata. A poche ore dallo scoop del Giornale, che ha rivelato la convivenza fino a fine marzo con il suo assistente parlamentare Ivan Bonnin in una casa a Milano, Fratelli d’Italia alza il tiro e pretende chiarezza sui fondi europei. Una vicenda che mescola vita privata, regole del Parlamento Ue e vecchie tensioni politiche, riaccendendo un dibattito che divide l’Italia tra chi grida allo scandalo e chi parla di ennesima aggressione mediatica.
Tutto è partito da un controllo di polizia del 28 marzo a Roma, in una stanza d’albergo dove Salis e Bonnin erano insieme. Il giorno dopo, il 29 marzo, l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra ha cambiato residenza. Secondo l’inchiesta, fino a quel momento i due condividevano lo stesso indirizzo milanese. Bonnin, assistente accreditato con contratto diretto dal Parlamento europeo, ha precedenti penali. Salis aveva sempre negato legami personali stretti con lui, definendolo in tv solo un collaboratore. Ora l’evidenza della convivenza ha fatto scattare l’allarme: le norme europee vietano espressamente ai deputati di assumere o avvalersi di coniugi o partner stabili in unioni di fatto, e impongono agli assistenti di risiedere nel Paese di lavoro, non a Milano.
Stefano Cavedagna, eurodeputato di FdI-Ecr, è stato il primo a chiedere verifiche formali a Bruxelles. «Se confermato quanto emerso dall’inchiesta del Giornale – ha scritto – saremmo di fronte non solo a una colossale bugia da parte di Salis, che ha affermato in diretta televisiva di non avere legami con il collaboratore con precedenti, Ivan Bonnin, ma sarebbe confermato anche che una persona con precedenti e un legame di convivenza era assunta da lei con soldi pubblici». La richiesta è netta: Salis restituisca «di tasca sua» eventuali somme percepite irregolarmente, si dimetta e, già che c’è, «si faccia processare in Ungheria». Parole durissime, riprese da altri esponenti del partito come Raffaele Speranzon, Stefano Maullu e Alessandro Ciriani, che parlano di «violazione assoluta delle norme europee» e di «doppia morale» della sinistra.
La Salis ha reagito confermando la residenza comune ma negando qualsiasi relazione sentimentale o stabile: «Sono solo amici», ha fatto sapere, accusando Il Giornale di avercela con lei perché «donna di sinistra e antifascista». Un’affermazione che non ha spento le polemiche, anzi le ha rinfocolate. Per la destra è la prova di un uso opaco dei fondi pubblici destinati al lavoro parlamentare. Per i suoi sostenitori, invece, è l’ennesimo capitolo di una campagna di delegittimazione che dura da anni, da quando la sua detenzione in Ungheria nel 2023 l’aveva trasformata in simbolo della lotta contro l’autoritarismo di Orbán.
Perché questa storia pesa tanto? Perché Ilaria Salis non è una deputata qualunque. Arrestata a Budapest l’11 febbraio 2023 durante una manifestazione antifascista, ha passato 15 mesi tra carcere e arresti domiciliari in condizioni durissime. Eletta europarlamentare nel giugno 2024 con Avs, ha ottenuto l’immunità che l’ha riportata in Italia e ha protetto il suo processo: il Parlamento europeo ha respinto la richiesta ungherese di revoca già a ottobre 2025, giudicando improbabile un processo equo a Budapest. Da allora è diventata voce scomoda della sinistra radicale, sempre in prima linea contro il governo Meloni e le destre europee. Ora, però, la questione si è spostata sul terreno italiano: trasparenza, soldi pubblici, coerenza tra parole e fatti.
Il caso riapre ferite mai chiuse. Da una parte chi vede in Salis l’emblema di un’antifascismo militante che non accetta regole; dall’altra chi la difende come vittima di un sistema che usa ogni mezzo per colpire chi disturba. La convivenza con Bonnin, se confermata nelle sue implicazioni più gravi, potrebbe configurare una violazione delle regole di trasparenza del Parlamento Ue, con conseguenze amministrative e politiche pesanti. Ma al di là delle procedure, è il simbolismo che conta: l’attivista che ha sfidato Orbán ora deve spiegare a casa propria come gestisce la propria vita e i fondi che le vengono affidati.
Resta da capire se questa bufera resterà confinata a uno scontro tra opposte fazioni o se porterà a un’inchiesta vera a Bruxelles. Intanto il silenzio di Salis sul merito delle accuse – oltre alla difesa di amicizia – lascia spazio a dubbi e interpretazioni. La sua credibilità di paladina delle regole e dei diritti rischia di uscirne ammaccata proprio mentre la destra la invita a «fare i conti con la giustizia». E l’Italia, ancora una volta, si spacca sul caso Salis: eroe o ipocrita? La risposta, come sempre, dipende da quale parte del campo si guarda.