Israele convoca l’ambasciatore italiano: la crepa tra Roma e Tel Aviv si allarga

Roma, 14 aprile 2026. Nel momento in cui Antonio Tajani tornava da Beirut con la voce ferma di chi ha visto da vicino il dramma libanese, il ministero degli Esteri israeliano ha convocato l’ambasciatore italiano a Tel Aviv, Luca Ferrari. Il motivo è esplicito: protesta contro le dichiarazioni del vicepremier e ministro degli Esteri italiano, che aveva definito «inaccettabili» i bombardamenti di Israele sulla popolazione civile in Libano. Un gesto diplomatico che, in tempi di crisi acuta tra Israele e Hezbollah, suona come un avvertimento chiaro: anche gli alleati più fedeli non possono permettersi troppe critiche.
Tajani era in missione a Beirut proprio per ribadire il sostegno italiano al Libano e, soprattutto, alla sicurezza del contingente Unifil a Shama. Ha incontrato il presidente Joseph Aoun, ha parlato con i militari italiani via video, ha condannato gli attacchi di Hezbollah ma ha tracciato una linea rossa netta: basta con i raid che colpiscono i civili. In un post su X e in una telefonata con il suo omologo Gideon Sa’ar, il ministro ha chiesto a Israele di preservare la popolazione libanese e di evitare escalation che mettano a rischio anche i caschi blu italiani. Parole che a Tel Aviv sono state lette come un’accusa diretta.
Non è la prima volta che le relazioni italo-israeliane passano per questi scossoni. Solo pochi giorni fa era stata Roma a convocare l’ambasciatore israeliano dopo che colpi di avvertimento dell’Idf avevano colpito un convoglio Unifil italiano. Ora è il turno inverso. Luca Ferrari è stato ricevuto dal direttore generale per gli affari politici Yossi Amrani proprio per protestare contro quelle frasi. Il linguaggio resta formale, ma la sostanza è politica: Israele non accetta lezioni da nessuno, nemmeno da un Paese che in Medio Oriente ha sempre cercato un equilibrio tra atlantismo e impegno multilaterale.
Antonio Tajani si trova così al centro di un fuoco incrociato. Da un lato difende la linea del governo Meloni, che ha sempre sostenuto il diritto di Israele a difendersi da Hezbollah. Dall’altro non può ignorare il rischio concreto per i nostri soldati in Libano, né l’impatto umanitario che i raid stanno producendo: oltre duemila morti e più di un milione di sfollati secondo le autorità libanesi. È la stessa tensione che attraversa tutta la politica estera italiana: alleata strategica di Washington e Tel Aviv, ma anche principale contributore europeo a Unifil e attenta alla stabilità del Mediterraneo.
Il segnale che arriva da Tel Aviv è politico prima ancora che diplomatico. Convocare un ambasciatore è uno strumento antico ma efficace: dice che la pazienza è finita e che ogni parola pesa. In un momento in cui l’Italia prova a proporsi come ponte possibile tra le parti – Tajani ha persino offerto Roma come sede per futuri negoziati – questa mossa rischia di restringere gli spazi di manovra. Soprattutto mentre a Beirut si discute di tregua e mentre Washington e Teheran cercano un’intesa indiretta sul cessate il fuoco.
Nei corridoi della Farnesina si minimizza: routine diplomatica in tempi di guerra. Ma chi segue da vicino i rapporti bilaterali sa che la crepa è reale. Il centrodestra al governo ha sempre difeso Israele con convinzione, eppure i fatti sul campo – i morti civili, gli incidenti con Unifil, la tensione crescente – costringono a un bilanciamento sempre più difficile. L’opposizione, dal Pd in su, già chiede una posizione più netta contro l’escalation. E l’opinione pubblica italiana, con migliaia di soldati schierati in Libano, guarda con preoccupazione.
Israele convoca l’ambasciatore italiano proprio mentre Tajani prova a tenere aperti i canali. È un paradosso che racconta meglio di mille comunicati quanto sia fragile l’equilibrio in questa crisi. La domanda che resta sospesa è semplice e inquietante: fino a che punto Roma potrà continuare a criticare i metodi senza pagare un prezzo politico più alto? Per ora il governo tiene la linea del dialogo fermo ma rispettoso. Ma in Medio Oriente le parole «inaccettabili» possono costare care. E questa convocazione è lì a ricordarlo.
