Reddito shock: la Corte Ue boccia i 10 anni di residenza per chi ha protezione internazionale

ROMA – Una sentenza arrivata come un fulmine a ciel sereno sta riaccendendo tutte le tensioni mai sopite sul reddito di cittadinanza. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che il requisito dei 10 anni di residenza in Italia per accedere al reddito è discriminatorio nei confronti dei beneficiari di protezione internazionale. Per molti italiani, soprattutto quelli che hanno visto parenti o conoscenti esclusi dal sussidio nonostante anni di contributi, è l’ennesima ferita aperta su un tema che divide il Paese da anni.
La decisione, emessa nella causa che vedeva contrapposto un rifugiato all’Inps, dichiara che imporre quel lungo periodo di residenza costituisce una discriminazione indiretta. Il reddito di cittadinanza, almeno nella sua versione originaria, doveva essere uno strumento per combattere la povertà e favorire l’inclusione lavorativa. Secondo i giudici di Lussemburgo, però, non si può trattare diversamente chi ha ottenuto protezione internazionale solo perché non ha ancora accumulato dieci anni sul territorio nazionale.
La norma contestata, contenuta nel decreto del 2019, richiedeva la residenza in Italia per almeno dieci anni, di cui gli ultimi due continuativi. Un paletto che per i titolari di protezione internazionale – persone fuggite da guerre, persecuzioni o violenze – diventa spesso insormontabile. Molti arrivano in Italia e ottengono lo status dopo procedure lunghe e complesse: pretendere un decennio di residenza significa, di fatto, escluderli per anni dal sostegno minimo.
Un verdetto che riapre vecchie ferite
La sentenza non arriva in un vuoto. Il reddito di cittadinanza ha sempre acceso polemiche feroci: chi lo ha difeso come strumento di civiltà contro la povertà, chi lo ha attaccato come un incentivo all’ozio pagato con i soldi dei contribuenti. Ora la Corte Ue rimette tutto in discussione, almeno per questa categoria di beneficiari.
Da una parte ci sono le famiglie italiane che hanno lottato per anni per ottenere il sussidio, rispettando regole stringenti, e che oggi si sentono prese in giro. “Prima gli italiani”, è il refrain che rimbalza già sui social e nei bar. Dall’altra, chi vede nella sentenza un passo verso una maggiore equità: chi scappa da morte certa non può essere trattato come un cittadino qualunque che ha avuto il lusso di nascere qui.
Il governo, già sotto pressione su immigrazione e welfare, si trova di fronte a un bivio complicato. La misura del Reddito è stata ridimensionata e trasformata, ma i residui effetti della vecchia normativa continuano a produrre sentenze e ricorsi. E ogni volta che la giustizia europea interviene, la sensazione diffusa tra tanti italiani è che Bruxelles decida sulle spalle dei contribuenti nazionali.
La rabbia silenziosa di chi paga
Molti cittadini onesti, quelli che lavorano, pagano le tasse e tirano la cinghia, vivono queste notizie con un misto di frustrazione e impotenza. “Io ho lavorato trent’anni e prendo una pensione minima, mentre chi arriva ieri può accedere a certi aiuti?” È il pensiero ricorrente, espresso in mille modi diversi sui social e nelle conversazioni quotidiane.
Il reddito è diventato il simbolo di un welfare percepito da troppi come ingiusto. Non è solo una questione di soldi: è una questione di principio. Di chi viene prima. Di cosa significa davvero integrarsi. La sentenza della Corte Ue rischia di alimentare ulteriormente quel senso di spaesamento che tanti provano di fronte a un sistema che sembra premiare chi arriva da fuori rispetto a chi ha costruito il Paese.
Eppure, dall’altra sponda, avvocati e associazioni che tutelano i migranti parlano di un diritto sacrosanto. Chi ha protezione internazionale vive spesso in condizioni di fragilità estrema: senza rete familiare, senza risparmi, con difficoltà di inserimento lavorativo. Escluderli dal reddito di cittadinanza significa condannarli alla marginalità, con costi sociali che alla fine ricadono su tutti.
Cosa succederà ora
La sentenza non ha effetto automatico su tutti i casi passati, ma apre la strada a ricorsi, revisioni e possibili richieste di arretrati. L’Inps e il governo dovranno fare i conti con le implicazioni pratiche. E la politica, come sempre, si dividerà: da una parte chi griderà allo scandalo e alla svendita della sovranità, dall’altra chi esalterà il primato del diritto europeo sui principi di uguaglianza.
Il reddito di cittadinanza non esiste più nella forma originaria, ma il suo fantasma continua a tormentare il dibattito pubblico. Questa nuova pronuncia della Corte Ue rischia di diventare benzina sul fuoco di una discussione che non è mai stata solo tecnica o giuridica: è profondamente identitaria, economica, emotiva.
Perché alla fine la vera domanda che gli italiani si fanno, con rabbia crescente, è semplice: in un Paese con risorse limitate, chi ha davvero diritto al sostegno? E fino a che punto possiamo allargare la rete senza farla spezzare sotto il peso di chi paga sempre e non vede mai?
La sentenza di Lussemburgo non chiude il capitolo. Lo riapre, più divisivo che mai. E mentre i giuristi discutono di discriminazione indiretta, tantissimi cittadini comuni sentono solo un’altra crepa nel patto di fiducia con le istituzioni.Il reddito era nato per aiutare chi è in difficoltà. Ora, ancora una volta, rischia di diventare lo specchio di un’Italia spaccata in due.