Alessandro Giuli detta i tempi della governance del Salone: “Avanti nel rispetto del Salone”. Lo Russo: “Appartiene a noi”

TORINO – Nel pieno della XXXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro, mentre il Lingotto si riempie di editori, autori e pubblico, riemerge con forza il nodo irrisolto della governance della manifestazione. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha scelto questi giorni per inviare un segnale chiaro: il governo intende giocare un ruolo più strutturato nel futuro del Salone, ma senza stravolgimenti improvvisi. «Avanti nel rispetto del Salone», è la formula usata dal ministro per tracciare la rotta.
Un messaggio calibrato, che da un lato rassicura chi teme un’invasione romana nella creatura torinese più importante nel panorama culturale italiano, dall’altro ribadisce che il ministero non intende restare semplice spettatore, soprattutto alla luce di un possibile aumento del contributo statale. Giuli detta i tempi: si procede, ma con ordine e nel rispetto dell’identità della fiera. Una posizione che suona come un invito al dialogo, ma anche come un’indicazione di leadership nazionale su un evento che ha valenza simbolica ben oltre i confini piemontesi.
La replica del sindaco di Torino Stefano Lo Russo non si è fatta attendere e porta il segno di una difesa netta dell’impostazione attuale. «Appartiene a noi», ha affermato il primo cittadino, rivendicando la natura fortemente locale del Salone, nato e cresciuto sotto l’egida del Comune, della Regione e delle fondazioni cittadine. Una risposta che sottolinea il senso di appartenenza di Torino a questa istituzione culturale, quasi a ricordare che il Salone non è un bene nazionale generico, ma un pezzo di identità torinese.
Una tensione che va oltre la gestione amministrativa
Al di là delle formule istituzionali, quello che emerge è un classico confronto tra centro e periferia sulla gestione di un bene comune di alto valore simbolico ed economico. Da una parte il ministro, espressione di un governo nazionale che vede nella cultura uno dei terreni di affermazione identitaria e di investimento strategico. Dall’altra un’amministrazione comunale di centrosinistra che difende l’autonomia di un modello che ha funzionato per decenni e che ha reso Torino una delle capitali del libro in Europa.
La questione non è nuova. Già nel 2025 erano emerse frizioni simili, quando Giuli aveva lasciato intendere la disponibilità a raddoppiare i fondi a condizione di un ruolo più incisivo del ministero nella governance. Oggi, con il Salone in pieno svolgimento e con una direttrice come Annalena Benini alla guida, il dibattito si riapre in una fase delicata: quella della programmazione futura e delle scelte editoriali di medio periodo.
Giuli sembra voler segnare un cambio di passo senza rotture traumatiche. L’espressione «nel rispetto del Salone» serve proprio a smorzare possibili accuse di centralismo romano, ribadendo che l’obiettivo non è sostituirsi ai soggetti locali ma integrarsi in un sistema di responsabilità condivise. Un approccio che, nelle intenzioni del ministro, dovrebbe garantire maggiore solidità finanziaria e progettuale alla manifestazione.
Lo Russo, dal canto suo, alza la bandiera dell’appartenenza locale. Una mossa politica che rafforza il legame con la città e con quel mondo culturale torinese che guarda con una certa diffidenza a possibili ingerenze esterne. Il Salone come “cosa nostra” – nel senso più nobile del termine – diventa così un elemento di resistenza identitaria.
Il significato politico di una partita culturale
In fondo, dietro le parole sulla governance si gioca una partita più ampia. Da un lato la volontà del governo di rafforzare il controllo e la direzione strategica sui grandi eventi culturali nazionali. Dall’altro la difesa di equilibri consolidati che hanno permesso al Salone di mantenere una propria specificità, anche in anni complessi per l’editoria e per le fiere.
Il dibattito arriva mentre il Salone 2026 vive una edizione vivace, con un pubblico numeroso e un programma denso. Proprio in questi giorni di piena attività fieristica, le dichiarazioni assumono un peso maggiore: non si tratta di una discussione astratta, ma di un confronto che si svolge sotto gli occhi degli editori, degli operatori e dei lettori.
Resta da vedere come evolverà il confronto. Se prevarrà la linea del «rispetto» invocata da Giuli, si potrebbe aprire una fase di negoziazione costruttiva. Se invece prevarrà la difesa dell’«appartenenza» sottolineata da Lo Russo, il rischio è quello di un irrigidimento delle posizioni che potrebbe complicare il futuro finanziario e organizzativo della kermesse.
Per ora il Salone va avanti, come richiesto dal ministro. Ma la questione della sua governance resterà sul tavolo, a ricordare che anche nel mondo della cultura, come in quello della politica, il controllo sui simboli conta quanto i contenuti stessi.