Sonny Rollins, addio al colosso del jazz: si spegne la voce più libera del sax

Sonny Rollins

Si è spento a 95 anni Sonny Rollins, uno dei giganti indiscussi della storia del jazz. Il grande sassofonista tenor è morto lunedì 25 maggio nella sua casa di Woodstock, nello Stato di New York, lasciando un vuoto che attraversa quasi un secolo di musica americana.

Con lui se ne va non solo un musicista straordinario, ma uno degli ultimi testimoni viventi di un’epoca irripetibile. Nato a Harlem nel 1930, Rollins ha incarnato come pochi altri l’essenza del jazz: quella capacità di reinventarsi continuamente, di sfidare i limiti dello strumento e di trasformare ogni assolo in un viaggio imprevedibile. Soprannominato “Saxophone Colossus” dopo l’album storico del 1956, è rimasto per decenni un punto di riferimento assoluto per generazioni di musicisti.

Il suo suono potente, caldo e allo stesso tempo tagliente ha definito il passaggio dal bebop al modern jazz. Mentre John Coltrane spingeva verso la spiritualità e l’estremo, mentre Miles Davis esplorava nuovi orizzonti elettrici, Sonny Rollins ha scelto una via tutta sua: un’improvvisazione pura, fatta di logica ferrea e di libertà assoluta, capace di mescolare umorismo, profondità e una tecnica sovrumana. I suoi assoli non erano semplici esibizioni virtuosistiche: erano conversazioni con se stesso e con il pubblico, architetture sonore in cui ogni nota sembrava inevitabile eppure sorprendente.

Rollins ha attraversato epoche diverse senza mai tradire la propria identità. Dagli anni Cinquanta con album leggendari come Saxophone Colossus e Tenor Madness, fino alla storica pausa del 1959 in cui si ritirò sotto il Williamsburg Bridge per praticare in solitudine, per poi tornare più forte con The Bridge. Ha suonato con i più grandi – da Charlie Parker a Thelonious Monk, da Miles Davis ai Rolling Stones – ma ha sempre mantenuto una voce inconfondibile, libera da mode e da scuole.

La sua morte arriva come la chiusura di un capitolo fondamentale della musica del Novecento. In un mondo sempre più frammentato, Rollins rappresentava quella capacità tutta jazzistica di stare nel presente pur mantenendo radici profonde. La sua ricerca costante, la sua inquietudine creativa, il rifiuto di adagiarsi sui successi passati: tutto questo ha fatto di lui non solo un grande strumentista, ma un filosofo del suono.

Oggi il jazz perde una delle sue figure più carismatiche e influenti. I musicisti di tutto il mondo stanno riscoprendo o ascoltando per la prima volta i suoi dischi, sentendo l’urgenza di quel linguaggio così vivo. I fan, quelli storici e quelli più giovani attirati dal passaparola, tornano alle note di St. Thomas, Oleo o The Bridge, scoprendo quanto siano attuali ancora oggi.

Con Sonny Rollins se ne va un’epoca in cui il jazz era sinonimo di avventura, di rischio, di continua reinvenzione. Resta la sua musica, certo, immortale. Ma resta anche una domanda che lui stesso ha incarnato per tutta la vita: fino a che punto si può spingere l’improvvisazione senza perdere l’anima? E quanto coraggio serve per rimanere fedeli alla propria voce in mezzo al rumore del mondo?

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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