Sechi licenziato, il colpo basso che arriva nel momento più duro

Mario Sechi

Mario Sechi non è più direttore di Libero. La notizia è arrivata come un fulmine, con un tweet che sa di amaro e di sfida. “Angelucci mi ha licenziato. Lo ha fatto nel momento in cui sono finito sotto scorta, minacciato di morte dai terroristi anarco-insurrezionalisti”. Parole secche, dirette, che hanno fatto esplodere il dibattito nel mondo del giornalismo italiano e non solo. Un addio che arriva dopo tre anni alla guida del quotidiano di destra, in un clima di frizioni mai del tutto sopite con l’editore Antonio Angelucci.

Sechi, giornalista con un passato da direttore dell’AGI e persino da capo ufficio stampa di Giorgia Meloni per qualche mese, ha sempre avuto uno stile tagliente, senza mezze misure. La sua direzione a Libero era stata segnata da una linea editoriale netta, capace di intercettare umori del centrodestra ma anche di creare scontenti. E proprio mentre la Questura di Milano gli assegnava la scorta per minacce concrete – legate ai suoi editoriali sulla morte di due anarchici a Roma lo scorso marzo – è arrivata la decisione dell’editore. Un tempismo che ha lasciato molti senza parole.

Da una parte c’è la versione di Sechi, che sente il peso di un licenziamento arrivato nel giorno sbagliato, proprio mentre il Presidente della Repubblica gli esprimeva solidarietà. Dall’altra, fonti vicine alla società editrice parlano di una “ricostruzione strumentale”, sottolineando che si tratta di scelte editoriali pure, senza alcun legame con la situazione di sicurezza. Eppure, il messaggio che passa è forte: in un giornale di proprietà di un deputato della Lega, le dinamiche interne pesano, e pesano tanto.

Il ritorno di Alessandro Sallusti alla direzione di Libero non è una sorpresa per chi segue da tempo i movimenti nel gruppo Angelucci. Sallusti aveva già guidato il quotidiano in passato, prima di passare al Giornale. È un ritorno a casa che sa di continuità per una testata che ha sempre navigato nel centrodestra, ma che negli ultimi tempi sembrava aver bisogno di una sterzata. Sechi aveva provato a imprimere il suo marchio, con editoriali duri e una lettura spesso controcorrente della realtà italiana. Ma evidentemente qualcosa si è rotto.

Chi conosce il mondo dei giornali sa che queste rotture non arrivano mai dal nulla. Da mesi si parlava di rapporti tesi tra Sechi e l’editore, di comunicazioni interrotte, di visioni diverse sul futuro del quotidiano. Libero vive in un mercato editoriale feroce, con copie in calo e una concorrenza spietata sia a destra che a sinistra. In questo contesto, le scelte di linea editoriale diventano decisive. E Sechi, con il suo profilo molto vicino a certe sensibilità di Fratelli d’Italia, forse aveva finito per pesare troppo in un equilibrio politico delicato, soprattutto con Angelucci impegnato in prima persona in Parlamento con la Lega.

Il silenzio che è calato nelle ore successive dice molto. Molti colleghi di centrodestra hanno espresso vicinanza umana a Sechi, come Filippo Facci che ha parlato di “valori oggi dimenticati”. Altri, più a sinistra, hanno commentato con ironia o soddisfazione, vedendo nella vicenda un esempio di come funziona il potere nei giornali di proprietà. Ma al di là delle tifoserie, resta il nodo centrale: cosa significa per la libertà di stampa quando un direttore viene rimosso proprio mentre è sotto minaccia?

Sechi ha scritto un lungo addio sulle pagine del giornale, ricordando che la libertà di stampa è anche il diritto di dire all’editore ciò che non vuole sentirsi dire. Un richiamo alto, quasi orwelliano, che suona come un testamento professionale. Lui, che ha attraversato agenzie di stampa, governo e direzione di quotidiano, sa bene quanto sia fragile il confine tra autonomia editoriale e interessi dell’editore. E in questo caso il confine sembra essere stato superato nel modo più doloroso possibile.

La vicenda ha riaperto discussioni più ampie sul giornalismo italiano: la concentrazione di testate nelle mani di pochi gruppi, il peso della politica sulle scelte editoriali, la difficoltà di mantenere una linea indipendente quando si dipende economicamente da un proprietario. Libero non è l’unico caso, ma è uno dei più visibili. E il fatto che succeda proprio mentre Sechi è bersaglio di minacce da parte di ambienti estremisti aggiunge un sapore amaro alla storia.

Il giornalista sardo, che non ha mai nascosto le sue battaglie culturali, si trova ora a dover ripartire. Non sarà facile, ma chi lo conosce sa che non è tipo da arrendersi. Nel frattempo, il mondo politico osserva. Da Meloni a Salvini, passando per gli altri leader, la solidarietà è stata trasversale sul tema della scorta, ma sul licenziamento regna un silenzio tattico. Segno che certe ferite interne al centrodestra bruciano ancora.

Questa storia non è solo un cambio di direttore. È il racconto di un sistema editoriale sotto stress, dove le minacce esterne si intrecciano con le tensioni interne, dove un tweet può diventare il megafono di una rottura profonda. Mario Sechi licenziato da Libero lascia dietro di sé domande scomode: quanto vale davvero l’autonomia di un direttore oggi? E quanto costa difenderla quando l’editore decide altrimenti?

Il dibattito è appena iniziato. E come sempre in queste vicende, saranno i lettori a decidere chi ha ragione. Ma una cosa è certa: il giornalismo italiano ha perso un protagonista scomodo, nel momento in cui forse ne aveva più bisogno.

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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