Nicola Piovani compie 80 anni e rivela: «Mi sono sposato a 79, è uno dei motivi per restare al mondo»

ROMA – Nicola Piovani ha appena spento ottanta candeline e, invece di celebrare in silenzio il traguardo di una carriera leggendaria, ha scelto di aprirsi con una sincerità disarmante. Il compositore premio Oscar per La vita è bella di Roberto Benigni parla di amore tardivo, di una malattia superata e di quella gratitudine quotidiana che solo chi ha guardato in faccia la fine può davvero comprendere. Le sue parole, raccolte in queste ore dal Corriere della Sera e da altri media, stanno toccando il cuore di tanti italiani che vedono in lui non solo il genio delle colonne sonore, ma un uomo che ha saputo trasformare le prove della vita in musica e riflessione.
Nato a Roma il 26 maggio 1946, Piovani ha attraversato quasi un secolo di storia italiana con le sue note. Oltre duecento colonne sonore, collaborazioni con maestri come Federico Fellini, Nanni Moretti, Roberto Benigni e un sodalizio profondo con Fabrizio De André. Eppure, in queste interviste rilasciate nel pieno dei festeggiamenti per gli ottant’anni, emerge soprattutto l’uomo dietro il musicista: fragile, grato, ancora innamorato della vita nonostante tutto.
Uno dei passaggi più intensi riguarda il matrimonio con Marina Cesari, sassofonista con cui condivide da anni un percorso artistico e umano. «Non ne parlo con disinvoltura… mi sono sposato un anno fa, in forma privatissima, con Marina, che è uno dei pochi motivi gioiosi per cui desidero restare al mondo il più possibile». Un’unione arrivata a settantanove anni, celebrata con discrezione ma carica di significato profondo. Accanto a lei, Piovani nomina con orgoglio i figli Duccio e Rocco, nati dal precedente matrimonio: «Tutte le mattine, appena mi sveglio, ringrazio il cielo di avermeli regalati».
La tenerezza di queste confessioni contrasta con la durezza di altre pagine della sua esistenza. Il compositore ha affrontato un tumore senza drammatizzarlo in pubblico, ma nemmeno nascondendolo. «Alla malattia reagiamo tutti in modi diversi, e tutti sono rispettabili. Io non l’ho nascosta, ma non ne ho neanche molto parlato. Quando le malattie ti mettono di fronte al fine vita, se sopravvivi, puoi farne tesoro. La vita diventa più preziosa. Io cerco di dedicarmi di più alle cose essenziali dell’esistenza e trascurare le futilità e le perdite di tempo. Soprattutto le persone noiose, i rituali vuoti».
Questa capacità di trasformare il dolore in consapevolezza emerge anche nel suo ultimo libro, Volano le canzoni (La Nave di Teseo), un regalo che Elisabetta Sgarbi gli ha fatto estraendo un volume dalle trasmissioni radiofoniche su Radio3. Proprio Radio3, ricorda Piovani, è stata fondamentale nella sua formazione: da ragazzo del quartiere Trionfale, dove in casa si ascoltavano Claudio Villa, Modugno e le canzoni di Sanremo, fu la radio pubblica a spalancargli le porte di Haydn, Chopin e Stravinskij.
Le sue radici popolari non le ha mai rinnegate. Cresciuto con la musica leggera che usciva dalle finestre del cortile, Piovani ha poi fuso quel mondo con la grande tradizione colta, creando un linguaggio unico che ha conquistato Hollywood e il pubblico di tutto il mondo. L’Oscar del 1999 per La vita è bella resta il picco simbolico di una carriera straordinaria, ma non l’unico. Le note di La vita è bella continuano a emozionare intere generazioni, diventando quasi un inno alla resilienza.
L’amicizia con Roberto Benigni è un altro filo rosso di queste interviste. Un legame nato prima del cinema, fatto di chiacchiere su Kafka, Berlusconi, e persino sulla ricetta delle linguine al tonno. «L’amicizia per me è uno dei più preziosi luoghi del nostro animo. L’amicizia con Roberto risale a prima che lavorassimo insieme. È antica e profonda, e si coniuga con l’immensa ammirazione che ho per l’artista. Fra le tante sue doti sceglierei il coraggio».
Non mancano le riflessioni sul presente. Piovani si dichiara ancora di sinistra, «sempre di più perché le idee belle vivono a prescindere dalle storture di chi le applica politicamente». E sull’America di oggi non usa giri di parole: definisce il presidente attuale «un delinquente comico-narcisista, che somiglia a Ubu Re di Jarry», auspicando che la democrazia americana trovi presto gli anticorpi necessari.
A ottant’anni, Nicola Piovani continua a comporre, a dirigere, a raccontare storie attraverso la musica e le parole. Il suo non è un bilancio nostalgico, ma un invito a vivere con maggiore intensità il tempo che resta. In un’epoca che spesso corre troppo, le sue riflessioni sulla gratitudine, sull’amore che arriva quando meno te lo aspetti e sulla capacità di distillare l’essenziale dalla sofferenza suonano come una melodia rara e preziosa.
Le sue note hanno accompagnato i sogni di milioni di persone. Oggi, con la stessa delicatezza, Piovani accompagna i lettori nelle pieghe più intime della sua esistenza, ricordando a tutti che la vera bellezza, come recita quel proverbio cinese che ama citare, è negli occhi di chi guarda. E lui, a ottant’anni, continua a guardare il mondo con occhi ancora pieni di stupore e di musica.