La carenza di medico di famiglia sta mettendo in ginocchio l’assistenza primaria italiana: specializzandi e neolaureati tappano i buchi mentre le Case di Comunità arrancano

I cittadini italiani stanno vivendo sulla propria pelle una trasformazione silenziosa ma drammatica del sistema sanitario. Trovare un medico di famiglia è diventato un’impresa sempre più complessa, con liste d’attesa che si allungano e ambulatori che faticano a garantire la continuità delle cure. Questa mancanza non è un problema passeggero: è diventata strutturale, frutto di pensionamenti di massa, scarsa attrattività della professione e un modello organizzativo che fatica a rinnovarsi. Le conseguenze si riversano direttamente sui pazienti, sugli ospedali in affanno e su un territorio che dovrebbe essere il primo baluardo di salute.
Da anni il numero dei medici di medicina generale cala inesorabilmente. Molti professionisti hanno superato i 55-60 anni, con un’ondata di pensionamenti che ha lasciato intere aree scoperte, soprattutto in certe zone urbane, costiere e montane. In Lombardia, secondo quanto evidenziato dall’assessore al Welfare Guido Bertolaso, mancano centinaia di unità per allinearsi alla media nazionale. Un dato che fotografa una situazione diffusa su tutto il territorio nazionale, dove la burocrazia eccessiva, gli oneri amministrativi e condizioni di lavoro poco appealing allontanano i giovani laureati dalla scelta di diventare medico di famiglia.
Di fronte a questo vuoto, le istituzioni regionali e nazionali stanno ricorrendo a soluzioni temporanee che rischiano di diventare permanenti. Specializzandi e neolaureati vengono sempre più spesso chiamati a coprire i vuoti lasciati dai pensionamenti. È una tendenza che genera preoccupazione legittima: questi giovani medici portano entusiasmo e competenze aggiornate, ma mancano dell’esperienza accumulata in decenni di pratica territoriale. Il rischio è che la continuità assistenziale, quel rapporto di fiducia costruito nel tempo tra medico e paziente, si indebolisca, lasciando i cronici e gli anziani più vulnerabili.
Le Case di Comunità, pilastro della riforma territoriale voluta dal PNRR, dovevano rappresentare la risposta concreta a questa emergenza. Strutture multidisciplinari pensate per alleggerire la pressione sugli ospedali, offrire servizi di prossimità e integrare medici di famiglia, infermieri, specialisti e assistenti sociali. Nella realtà, però, molte faticano a decollare proprio per la carenza di personale medico stabile. Senza un numero sufficiente di medici di famiglia pienamente integrati, queste nuove realtà rischiano di rimanere ambulatori parziali, incapaci di svolgere quel ruolo di filtro e presa in carico che il sistema richiede con urgenza. I cittadini percepiscono questa frammentazione: code più lunghe, difficoltà a ottenere visite rapide, senso di abbandono di fronte a patologie croniche che richiedono monitoraggio costante.
Guido Bertolaso, con la sua esperienza nella gestione sanitaria lombarda, ha più volte sottolineato la necessità di una riorganizzazione profonda della medicina territoriale. Ha parlato di un modello a doppio binario, che permetta ai medici di famiglia di mantenere la libera professione ma con una presenza strutturata nelle Case di Comunità, riducendo al contempo la burocrazia che scoraggia la professione. Un approccio che mira a rendere il ruolo più sostenibile e attrattivo, senza stravolgere del tutto l’impianto convenzionale. Eppure, le tensioni istituzionali emerse nei tavoli di confronto mostrano quanto sia complesso trovare un equilibrio condiviso tra esigenze di continuità assistenziale e autonomia professionale.
L’ansia dei cittadini è palpabile. Famiglie che da mesi cercano un medico di famiglia vicino casa, anziani costretti a spostarsi o a rinunciare a controlli regolari, genitori preoccupati per l’assistenza pediatrica. Questa situazione accentua la pressione sui pronto soccorso, trasformati troppo spesso in valvole di sfogo per problemi che dovrebbero essere gestiti sul territorio. È un circolo vizioso che mina la fiducia nel Servizio Sanitario Nazionale, pilastro di equità del nostro Paese. Le disuguaglianze territoriali si amplificano: al Nord si registrano carenze quantitative, al Sud problemi di distribuzione e infrastrutture.
La sostenibilità a lungo termine del sistema è sotto esame. Senza un piano formativo ambizioso, incentivi concreti e una vera integrazione tra ospedale e territorio, il rischio è che la sostituzione temporanea con specializzandi e neolaureati diventi l’unica risposta possibile, con effetti incerti sulla qualità complessiva dell’assistenza. Le Case di Comunità possono diventare il punto di svolta, ma solo se accompagnate da un reclutamento stabile e da una riforma che renda la medicina generale nuovamente appetibile per le nuove generazioni di medici.
Il dibattito politico e regionale continua, tra urgenze immediate e visioni di lungo periodo. Bertolaso e altri gestori della sanità territoriale stanno spingendo per soluzioni pragmatiche, ma il tempo stringe. I cittadini, nel frattempo, attendono risposte concrete: un medico di famiglia accessibile, una rete territoriale efficiente, la certezza di non essere lasciati soli di fronte alla malattia. La salute degli italiani passa anche da qui, dal rafforzamento silenzioso ma decisivo di questa prima linea che rischia di cedere sotto il peso delle carenze accumulate.