Giancarlo Giannini: «De Gregori ha ragione, gli artisti non devono fare politica»

ROMA – Giancarlo Giannini ha scelto il palco del Taormina Film Festival per dire ciò che pensa senza filtri. «Ha ragione De Gregori, gli artisti non devono fare politica. Fai l’artista, mica il politico». Le sue parole, pronunciate ieri durante la presentazione del film “Baracoa”, stanno facendo il giro del web e dei talk show, riaccendendo un dibattito che in Italia torna ciclicamente ma che oggi sembra più vivo che mai. L’attore ottantatreenne non si è limitato a questo: ha anche parlato della morte con serenità disarmante, definendola «una grande avventura, finalmente non dovrò più pensare troppo».
Le dichiarazioni arrivano in un momento in cui il mondo dello spettacolo è attraversato da divisioni profonde. Francesco De Gregori aveva recentemente espresso fastidio verso colleghi che si trasformano in commentatori politici a tempo pieno, e Giannini ha deciso di sostenerlo con chiarezza. Non si tratta di una polemica improvvisata, ma di una riflessione matura di chi ha attraversato mezzo secolo di cinema e teatro italiano senza mai cedere alla tentazione di trasformarsi in tribuno.
Sul palco siciliano, mentre presentava il road movie cubano diretto da Luis Ernesto Doñas, Giannini ha mostrato ancora una volta quella lucidità ironica che lo ha sempre distinto. Ha ricordato che già i politici faticano a farsi capire, figuriamoci se a parlare di politica si mettono anche attori e cantanti. Un’affermazione che ha subito diviso il pubblico: c’è chi lo applaude per il coraggio di difendere la purezza dell’arte e chi invece lo accusa di disimpegno in tempi complessi.
Chi conosce la carriera di Giancarlo Giannini sa che queste parole non nascono dal nulla. L’attore ligure ha vissuto gli anni più politici del cinema italiano, lavorando con registi come Lina Wertmüller, Luchino Visconti e Mario Monicelli. Ha interpretato personaggi carichi di contraddizioni sociali, dalla commedia all’italiana al dramma più impegnato, senza però mai confondere il set con una piazza di comizio. La sua è sempre stata una militanza culturale, fatta di scelte artistiche più che di slogan.
Proprio per questo il suo intervento pesa. In un’epoca in cui ogni personaggio pubblico sente l’obbligo di prendere posizione su tutto – dalle guerre alle elezioni – Giannini invita a tornare all’essenza del mestiere: raccontare storie, emozionare, far riflettere senza per forza indicare la strada da seguire. Un messaggio che suona quasi controcorrente, ma che trova eco in tanti artisti del passato che hanno segnato la cultura italiana proprio restando fedeli alla loro vocazione.
Non è mancato, nell’incontro di Taormina, un momento più intimo. Parlando della morte, Giannini l’ha descritta come un’avventura liberatoria. «Finalmente non dovrò più pensare troppo», ha detto con quel sorriso sornione che lo accompagna da decenni. Una riflessione che rivela molto del suo carattere: ironico, profondo, mai drammatico. In un mondo ossessionato dalla giovinezza eterna e dal controllo di ogni aspetto della vita, queste parole portano una ventata di saggezza antica.
Le reazioni non si sono fatte attendere. Sui social molti hanno apprezzato la sincerità dell’attore, vedendoci un invito a recuperare il valore dell’arte al di là delle contingenze politiche. Altri, invece, hanno replicato che in tempi di crisi globale il silenzio non è un’opzione. Il dibattito si è allargato rapidamente, coinvolgendo giornalisti, intellettuali e semplici appassionati che continuano a cercare “Giancarlo Giannini oggi” per capire il senso delle sue dichiarazioni.
In fondo, Giannini rappresenta una generazione di artisti che ha vissuto la politica senza farne un mestiere. La sua voce è stata quella di Mimì metallurgico, di tanti personaggi che incarnavano le contraddizioni italiane senza bisogno di prediche. Oggi, a ottantatré anni, continua a lavorare con la stessa passione, passando dal cinema al doppiaggio al teatro, mantenendo quella distanza critica che gli permette di osservare il presente con lucidità.
Il film “Baracoa”, che ha fatto da cornice alle sue parole, racconta un viaggio attraverso Cuba, terra di contraddizioni e di umanità profonda. Giannini porta in scena un personaggio complesso, come sempre nella sua carriera, confermando di essere ancora uno degli attori più capaci di dare spessore a storie apparentemente semplici.
Queste dichiarazioni arrivano in un’Italia che discute spesso di ruolo degli intellettuali. Da una parte chi chiede impegno civile chiaro, dall’altra chi difende la libertà dell’arte di non dover per forza schierarsi. Giannini si colloca in questa seconda linea, senza però negare il valore sociale del lavoro artistico. L’arte, secondo lui, ha già una sua potenza politica intrinseca: quella di far vedere il mondo da angolature diverse, di raccontare verità che i discorsi ufficiali spesso occultano.
Il Taormina Film Festival, con la sua storia di grandi incontri, si conferma ancora una volta luogo ideale per riflessioni che vanno oltre il red carpet. Giannini ha lasciato il palco tra applausi convinti, fedele al suo stile: dire quello che pensa e poi tornare al lavoro, senza inseguire like o trending topic.
Le sue parole continueranno a far discutere nei prossimi giorni, perché toccano un nervo scoperto della cultura contemporanea. In un tempo in cui tutto deve essere immediatamente schierato, la difesa della specificità dell’arte suona quasi rivoluzionaria. Giancarlo Giannini, con la saggezza di chi ha visto epoche diverse, ricorda che l’artista ha il diritto – e forse il dovere – di restare libero di raccontare storie prima di tutto.
Un messaggio che molti, in queste ore, stanno riscoprendo proprio perché pronunciato da una voce autorevole e fuori dal coro. Non è disimpegno: è rispetto profondo per il proprio mestiere e per il pubblico.