Bending Spoons, chi sono i quattro nuovi miliardari italiani: «Tutto è iniziato da un fallimento». Ora vale 20 miliardi

Da un flop iniziale a una delle storie di maggior successo del tech europeo. Bending Spoons si appresta a quotarsi al Nasdaq con una valutazione intorno ai 20 miliardi di dollari, rendendo ufficialmente miliardari i suoi quattro fondatori: Luca Ferrari, Francesco Patarnello, Matteo Danieli e Luca Querella. La società milanese, specializzata nell’acquisizione e nel rilancio di app e piattaforme digitali, ha trasformato un’esperienza fallimentare in un impero tecnologico che oggi genera oltre 1,3 miliardi di dollari di ricavi e punta a raddoppiarli grazie a una strategia aggressiva di M&A.
La notizia della potenziale IPO a Wall Street ha acceso l’attenzione dell’ecosistema startup italiano e internazionale. Non si tratta solo di numeri record per un’azienda nata in Italia, ma di un caso emblematico di come resilienza, visione e capitale paziente possano creare valore su scala globale. I quattro soci, che detengono insieme oltre il 40% del capitale e la quasi totalità dei diritti di voto, stanno per entrare stabilmente nella lista dei paperoni del nostro Paese.
Tutto è partito da un fallimento. Nel 2010, Luca Ferrari, Francesco Patarnello e Matteo Danieli, freschi di laurea in ingegneria, fondano Evertale, un’app di intelligenza artificiale per smartphone capace di tenere un diario automatico delle attività dell’utente. Riescono a raccogliere un milione di dollari, ma il prodotto non decolla. A metà 2013 i ricavi sono zero, la cassa si sta esaurendo e il team deve affrontare una verità dura: il progetto è un flop. Con soli 40 mila dollari rimasti sul conto e una lezione preziosa imparata, i tre decidono di non arrendersi.
Imbarcano Luca Querella e, nel giugno 2013, danno vita a Bending Spoons, nome ispirato alla celebre scena di Matrix in cui un bambino piega un cucchiaio con la sola forza del pensiero. L’idea è semplice ma potente: non sviluppare app da zero, ma acquisire prodotti digitali con brand consolidato ma in difficoltà, per poi rilanciarli con tecnologia proprietaria, intelligenza artificiale e un’ossessione maniacale per l’efficienza operativa.
Il modello di business si è rivelato vincente. Bending Spoons ha costruito un portafoglio di prodotti utilizzati da centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, tra cui Remini, WeTransfer, Evernote e molte altre. Negli ultimi anni l’azienda ha accelerato con acquisizioni miliardarie: da Vimeo ad AOL, passando per Eventbrite e altre realtà. Una strategia che ricorda quella di un fondo private equity applicata al mondo consumer e enterprise digital, con un focus costante sull’integrazione di AI per migliorare prodotti e margini.
Luca Ferrari, amministratore delegato e volto pubblico della società, ha sempre sottolineato come il fallimento di Evertale sia stato la vera scuola. «Abbiamo imparato a ridurre al minimo le probabilità di un secondo errore», ha raccontato in varie interviste. I fondatori hanno puntato su disciplina, hiring selettivo di talenti internazionali e una cultura aziendale che privilegia risultati misurabili. Oggi Bending Spoons conta circa mille dipendenti e ha sede principale a Milano, con una forte presenza globale.
Il percorso verso la quotazione rappresenta il coronamento di questo viaggio. Secondo indiscrezioni, l’azienda punta a raccogliere tra i 3 e i 4 miliardi di dollari al Nasdaq, con tempistiche che potrebbero concretizzarsi già entro fine giugno. Investitori del calibro di Baillie Gifford, T. Rowe Price, Durable Capital Partners e altri hanno sostenuto la crescita, attratti dal track record di acquisizioni e dal potenziale di espansione. La società ha chiuso il 2025 con ricavi per circa 1,3 miliardi di dollari e prevede di raddoppiarli nel 2026 grazie alle ultime integrazioni.
Questa traiettoria ha un significato profondo per l’Italia. In un Paese dove le startup faticano spesso a scalare a livello internazionale, Bending Spoons dimostra che è possibile costruire campioni globali partendo da Milano. I quattro fondatori, tutti intorno ai quarant’anni, originari di diverse città del Nord Italia (Ferrari da Verona, Patarnello da Padova, Danieli da Vicenza, Querella da Torino), incarnano una generazione di imprenditori tecnici che ha saputo combinare radici italiane con ambizioni americane.
La loro storia parla di resilienza: dopo il primo insuccesso non hanno cambiato settore, ma hanno affinato approccio e execution. Hanno attirato capitali da investitori sofisticati, incluso l’ex CFO di Apple Luca Maestri e persino l’ex tennista Andre Agassi, e hanno saputo navigare sfide come l’integrazione di realtà acquisite, spesso riducendo costi e ottimizzando processi senza perdere utenti.
Guardando al futuro, Bending Spoons vede opportunità enormi. Nel prospetto di quotazione Ferrari ha parlato di oltre mille potenziali target di acquisizione che potrebbero portare ricavi addizionali per centinaia di miliardi. L’intelligenza artificiale sarà centrale per innovare i prodotti esistenti e crearne di nuovi. Allo stesso tempo, la quotazione porterà maggiore visibilità, liquidità per i soci e nuove risorse per continuare a crescere in un mercato tech sempre più competitivo.
Naturalmente non mancano le sfide. Integrare aziende come AOL o Vimeo richiede tempo e attenzione, mentre il contesto macroeconomico e la concorrenza di big tech rimangono fattori da monitorare. Eppure, il momentum è chiaramente positivo: da startup bootstrappata per anni a colosso valutato 20 miliardi, Bending Spoons ha riscritto le regole del possibile per l’imprenditoria digitale italiana.
La vicenda di questi quattro nuovi miliardari non è solo una storia di ricchezza sulla carta. È la dimostrazione che un fallimento può essere il miglior investimento per il futuro, se accompagnato da determinazione, umiltà nell’apprendere e ambizione nel guardare lontano. Mentre l’azienda si prepara allo sbarco a Wall Street, l’Italia tech guarda con orgoglio e curiosità al prossimo capitolo di questa incredibile scalata.