Serbia, pesanti condanne per i genitori del killer della scuola di Belgrado: il verdetto d’appello che riapre il dibattito sulla responsabilità familiare

Serbia è di nuovo scossa da uno dei casi giudiziari più dolorosi e seguiti degli ultimi anni. L’Alta Corte di Belgrado ha emesso il 18 giugno 2026 la sentenza di secondo grado nei confronti dei genitori del tredicenne autore della strage alla scuola elementare Vladislav Ribnikar, confermando in larga parte le pesanti pene già inflitte in primo grado. Una decisione che non chiude solo un capitolo processuale lungo e complesso, ma riaccende il confronto nazionale sulle responsabilità genitoriali, sulla sicurezza delle armi e sulla prevenzione della violenza tra i minori.
Il padre, Vladimir Kecmanović, è stato condannato a 14 anni e sei mesi di reclusione per i reati di abuso di minore e grave reato contro la sicurezza pubblica. Secondo i giudici, non avrebbe custodito in modo adeguato le armi legalmente detenute, permettendo al figlio di accedere alle pistole utilizzate nell’attentato. La madre, Miljana Kecmanović, ha ricevuto una condanna a due anni e undici mesi per negligenza e concorso in abuso di minore. La pena è leggermente inferiore rispetto al primo verdetto, ma resta significativa e conferma la linea della responsabilità indiretta dei genitori.
Il tragico fatto risale al 3 maggio 2023. Quel giorno, il ragazzo di soli 13 anni, Kosta Kecmanović, entrò armato nella scuola di Vračar, quartiere residenziale di Belgrado. Armato di due pistole e munizioni, uccise nove persone: otto alunni (sette femmine e un maschio) e una guardia di sicurezza. Ferì gravemente altre sei persone prima di essere fermato. In base alla legge serba dell’epoca, il minore non era penalmente imputabile, circostanza che ha spostato interamente l’attenzione giudiziaria sui genitori.
Il primo processo si era concluso con condanne simili, ma la Corte d’Appello aveva annullato il verdetto alla fine del 2025 per vizi procedurali, ordinando un nuovo dibattimento. Il retrial ha riproposto le stesse accuse centrali: mancata vigilanza sul figlio, scarsa custodia delle armi in casa e una dinamica familiare che, secondo l’accusa, avrebbe contribuito a non intercettare segnali di allarme. Dettagli emersi durante le udienze hanno evidenziato come le armi fossero accessibili al ragazzo, elemento decisivo per le condanne.
Questa vicenda ha segnato profondamente la società serba. Pochi giorni dopo la strage scolastica, un altro grave episodio di violenza armata a Belgrado aveva amplificato il senso di insicurezza collettiva. Le due tragedie hanno spinto il governo a varare misure più rigide sul controllo delle armi e sulla salute mentale nelle scuole, anche se critici e associazioni sostengono che i cambiamenti siano ancora insufficienti rispetto alla gravità del problema.
Il caso ha inoltre sollevato interrogativi più ampi sul possesso di armi in Serbia, Paese con una delle percentuali più alte di proprietà di armi da fuoco in Europa, legata anche alla storia recente di conflitti. La sentenza di appello rafforza il principio che chi detiene armi ha un dovere di custodia particolarmente stringente quando ci sono minori in casa. Una responsabilità che, secondo i giudici, è stata gravemente violata nella famiglia Kecmanović.
Le famiglie delle vittime hanno seguito il processo con dolore e speranza di giustizia. Per molti parenti, le condanne non potranno mai riparare la perdita di bambini innocenti, ma rappresentano un riconoscimento istituzionale del fatto che la tragedia poteva e doveva essere evitata. Nel quartiere di Vračar, la scuola Ribnikar è diventata simbolo di memoria: commemorazioni periodiche tengono vivo il ricordo delle vittime e la richiesta di maggiore sicurezza nelle istituzioni scolastiche.
Dal punto di vista giuridico, la sentenza dell’Alta Corte di Belgrado stabilisce un precedente importante. In un sistema dove i minori sotto una certa età non possono essere processati penalmente, la responsabilità ricade sui tutori legali. Questo approccio è oggetto di dibattito in molti Paesi europei, dove si discute come bilanciare la tutela dei minori con la necessità di proteggere la collettività da rischi gravi.
La difesa dei genitori aveva annunciato possibili ulteriori ricorsi, ma la decisione di secondo grado rappresenta un punto fermo significativo. Ora l’attenzione si sposta sulle conseguenze pratiche: l’esecuzione delle pene e le eventuali misure accessorie. Parallelamente, il Paese continua a confrontarsi con le ferite lasciate dalla strage del 2023, con iniziative di sostegno psicologico alle famiglie colpite e campagne di sensibilizzazione sulla salute mentale giovanile.
Serbia si trova così a fare i conti con un trauma che va oltre la singola famiglia. Il caso ha messo in luce fragilità sociali, familiari e regolatorie che non riguardano solo Belgrado, ma interpellano molte società contemporanee. Mentre la giustizia ha pronunciato il suo verdetto, il lavoro di elaborazione collettiva del dolore e di prevenzione di nuove tragedie resta aperto e urgente.
I cittadini serbi, e non solo, attendono ora di vedere se questa sentenza porterà a cambiamenti concreti nelle politiche sulle armi e nella tutela dei minori. Una tragedia come quella della scuola Vladislav Ribnikar non deve rimanere un episodio isolato nella memoria, ma un monito per rafforzare la sicurezza di tutti i bambini nelle aule scolastiche.