Migrazione, scontro al Consiglio Ue: Meloni spinge gli hub per i rimpatri, Macron e Sánchez dicono no.

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Al termine del Consiglio europeo di Bruxelles, la premier Giorgia Meloni ha rilanciato con forza la necessità di passare dalle parole ai fatti sulla gestione della migrazione, proponendo l’accelerazione degli hub di rimpatrio in Paesi terzi. Una linea sostenuta da altri 18 leader europei in una lettera congiunta, che punta a rendere operativo il nuovo regolamento sui rimpatri approvato di recente dal Parlamento Ue. Ma il vertice ha registrato tensioni evidenti con il premier spagnolo Pedro Sánchez e il presidente francese Emmanuel Macron, che hanno espresso forti riserve sul modello degli hub esterni.

La discussione arriva in un momento cruciale. Pochi giorni fa il Parlamento europeo ha dato il via libera definitivo alle nuove norme sui rimpatri, che introducono detenzioni più lunghe, cooperazione rafforzata tra Stati membri e la possibilità concreta di creare centri di rimpatrio in Paesi terzi. Un passo che amplia le opportunità già sperimentate dall’Italia con i centri in Albania, trasformati in hub per l’esame delle domande e i rimpatri. Meloni ha parlato di un approccio che sta diventando maggioritario in Europa, invitando a lanciare progetti pilota concreti e replicabili.

La migrazione resta uno dei dossier più divisivi per l’Unione. Da anni i flussi irregolari mettono sotto pressione i Paesi di frontiera come l’Italia, la Grecia e la Spagna, mentre il tasso di rimpatri effettivi si attesta intorno al 20-25%. Il nuovo quadro normativo, entrato in vigore con il Patto su migrazione e asilo, mira proprio a colmare questo gap, introducendo strumenti più incisivi: ordini di rimpatrio validi in tutta l’Ue, perquisizioni domiciliari e trattenimenti fino a 24-30 mesi. Gli hub in Paesi terzi rappresentano la novità più discussa, consentendo di trasferire i migranti irregolari o con domanda respinta in strutture esterne all’Unione, in attesa del rimpatrio definitivo.

Meloni, insieme alla danese Mette Frederiksen e ad altri leader di centrodestra e conservatori, ha sottolineato come il “modello Albania” abbia aperto una strada innovativa. L’accordo con Tirana, inizialmente pensato per l’esame delle richieste di asilo, è stato riconvertito in centro di rimpatrio, riducendo gli oneri sul sistema italiano. La lettera dei 19 leader chiede alla Commissione di sostenere questi sforzi e di finanziare soluzioni comuni, inserendo il tema anche nei negoziati sul prossimo bilancio Ue.

Dall’altra parte, Macron ha usato toni netti in conferenza stampa: “La Francia non sostiene la politica degli hub di rimpatrio in Paesi extra-Ue”. Il presidente francese ha invocato ragioni di principio e pragmatiche, dubitando dell’efficacia di tali centri e opponendosi all’uso del bilancio comunitario per realizzarli. “Non ho mai visto un centro di rimpatrio in un Paese terzo che funzioni davvero”, ha aggiunto, ribadendo che non rappresenta “la nostra Europa”. Pedro Sánchez ha difeso invece un approccio diverso, basato su regolarizzazioni e cooperazione con i Paesi d’origine, ricordando la decisione spagnola di regolarizzare centinaia di migliaia di migranti.

Lo scontro riflette visioni diverse sulla gestione della migrazione. Da un lato chi punta su deterrenza, rimpatri rapidi e esternalizzazione delle procedure; dall’altro chi privilegia canali legali, accordi con i Paesi terzi di origine e una maggiore solidarietà interna. Negli ultimi anni l’Ue ha comunque compiuto passi significativi: dal Patto sul migrazione e asilo alla lista comune dei Paesi sicuri di origine, fino alla Dichiarazione di Chisinau. L’Italia, con i suoi accordi bilaterali in Nordafrica e nei Balcani, ha contribuito a ridurre gli sbarchi, ma il tema resta sensibile per l’opinione pubblica e per le dinamiche elettorali in molti Stati membri.

Per l’Italia le implicazioni sono dirette. Il nostro Paese resta porta d’ingresso principale per i flussi dal Mediterraneo centrale. Gli hub europei potrebbero alleggerire la pressione sui centri di accoglienza nazionali e velocizzare i rimpatri, ma richiedono accordi solidi con Paesi terzi disposti ad ospitarli, rispettando diritti umani e principio di non-refoulement. La premier ha insistito sull’urgenza di attuare le norme già approvate, evitando che restino lettera morta come è accaduto in passato.

Il dibattito non si esaurisce qui. Nei prossimi mesi si discuterà di progetti pilota e di finanziamento. La Commissione europea è chiamata a sostenere gli Stati membri interessati, mentre il Consiglio dovrà trovare un equilibrio tra le diverse posizioni. La migrazione continuerà a essere un banco di prova per la coesione europea: tra chi vede nella fermezza uno strumento di protezione dei confini esterni e chi teme derive che possano compromettere i valori fondativi dell’Unione.

Al di là delle divisioni emerse al vertice, emerge però una consapevolezza condivisa: senza un’azione comune efficace, il fenomeno rischia di alimentare ulteriormente polarizzazione e instabilità politica. L’Italia, forte della sua esperienza sul campo, si candida a guidare questa fase operativa, ma il cammino verso una politica migratoria realmente europea resta ancora lungo e accidentato.

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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