Graziella Mansi, la bambina dal sorriso rubato: 25 anni dopo l’orrore di Andria che non si dimentica

Era una sera d’agosto calda e polverosa, di quelle che a Castel del Monte sembrano non finire mai. Graziella Mansi, otto anni appena compiuti, giocava tra le bancarelle dove il nonno Vittorio vendeva noccioline ai turisti. Una bambina vivace, con i capelli neri e gli occhi grandi, figlia di un venditore ambulante di frutta secca e di una casalinga. Si era allontanata solo per un attimo, con il suo secchiello, per prendere acqua alla fontanella pubblica. Non sarebbe più tornata.
Quella del 19 agosto 2000 è una data che Andria e l’intera Italia non hanno mai cancellato. Venticinque anni esatti dopo, la sindaca Giovanna Bruno ha scelto di far parlare idealmente la piccola in un messaggio sui social che ha commosso la città: «Mi chiamo Graziella Mansi. Mi hanno ucciso il 19 agosto 2000. Hanno ucciso il mio corpo, brutalmente. Ma non il mio spirito». Parole che ricostruiscono con delicatezza straziante quei momenti: il gioco ai piedi del maniero federiciano, l’inganno di cinque ragazzi poco più che ventenni, l’innocenza violata e il fuoco che ha spento una vita appena iniziata.
Secondo la ricostruzione processuale, Pasquale Tortora, allora diciottenne, adescò Graziella con la scusa di farle vedere una cucciolata. La condusse nel bosco vicino, dove si unirono a lui altri quattro: Michele Zagaria, Giuseppe Di Bari, Domenico Margiotta e Vincenzo Coratella. La bambina fu abusata e poi data alle fiamme mentre era ancora viva, su un letto di foglie secche. Il corpo fu ritrovato quella stessa notte, dopo ore di ricerche angosciose, in una zona di sterpaglie a qualche chilometro di distanza. L’autopsia confermò l’orrore: morte per ustioni estese. Un incendio che divampò per migliaia di metri quadrati.
Le indagini furono rapide. Tortora confessò presto, fece i nomi degli altri e scelse il rito abbreviato, ottenendo trent’anni di reclusione. Gli altri quattro finirono davanti alla Corte d’Assise di Trani con il rito ordinario: ergastolo con isolamento diurno. La Cassazione confermò tutto. Coratella si tolse la vita in carcere nel 2008, lasciando scritti in cui proclamava la sua innocenza. Tortora, grazie a permessi e buona condotta, è tornato libero nel febbraio 2024 dopo 24 anni. Zagaria, Di Bari e Margiotta restano detenuti.
Oggi, a venticinque anni di distanza, la memoria di Graziella resta viva non solo nei ricordi della famiglia e della comunità andriese. L’amministrazione comunale ha voluto darle una sepoltura dignitosa all’ingresso del cimitero cittadino, con una tomba visibile a chi entra, simbolo di quel rispetto che le fu negato in vita. Un parco porta il suo nome, e iniziative come panchine rosse contro la violenza di genere continuano a tenere alta l’attenzione sul dramma delle bambine e delle donne vittime di brutalità.
Eppure, proprio in questi giorni, il caso torna a far discutere anche per le istanze di revisione presentate dalla difesa di alcuni condannati, in particolare Michele Zagaria. Avvocati e consulenti di parte, tra cui criminologi, mettono in discussione aspetti della dinamica dell’incendio e di alcune prove, sostenendo che un corpo umano non potrebbe bruciare in quel modo solo con foglie e un accendino. Elementi già valutati nei tre gradi di giudizio, che finora hanno retto, ma che alimentano un dibattito mai del tutto sopito su incongruenze percepite e sulla solidità di certe confessioni. La giustizia ha detto la sua in via definitiva, ma le domande di chi cerca verità alternative continuano a emergere, come spesso accade nei delitti che hanno segnato un’epoca.
Graziella non ha avuto il tempo di diventare grande. Non ha potuto vivere l’adolescenza, i sogni, le prime delusioni. È rimasta per sempre quella bambina con il grembiulino bianco e il sorriso fiducioso nelle foto di scuola. Il suo caso ha scosso l’Italia perché ha mostrato il lato più oscuro della gioventù di provincia, il branco capace di trasformare un pomeriggio d’estate in un incubo senza ritorno, senza apparente movente se non la crudeltà fine a se stessa.
A venticinque anni di distanza, la storia di Graziella Mansi continua a interrogarci. Non solo sull’efferatezza di quel gesto, ma sulla capacità di una comunità di custodire la memoria senza lasciarla sbiadire. La sindaca Bruno ha concluso il suo messaggio con un invito che vale per tutti: «Vivo nella memoria di chi mi vuol bene. Di chi non dimentica». In un’Italia che troppo spesso corre avanti dimenticando le ferite del passato, Graziella resta un monito. Un piccolo angelo che, dal cimitero di Andria, continua a chiedere giustizia, rispetto e, soprattutto, di non essere dimenticata.