Emiro Hamad bin Khalifa Al Thani, l’uomo che ha trasformato il Qatar in una potenza globale

La notizia è arrivata nella mattinata di domenica 12 luglio 2026 dall’Amiri Diwan di Doha: l’ex emiro Hamad bin Khalifa Al Thani, noto come il Padre Emiro, è morto all’età di 74 anni. Una figura che ha segnato indelebilmente la storia recente del Golfo, trasformando un piccolo Stato del deserto in un attore di primo piano sulla scena internazionale. La sua scomparsa, annunciata mentre il Qatar osservava già un periodo di lutto nazionale di quattro giorni, ha riportato l’attenzione sul lascito di un leader visionario che ha saputo navigare tra tradizione e modernità con un’abilità rara.
In Italia, la reazione è stata immediata e sentita. La premier Giorgia Meloni ha espresso “profonda tristezza” per la perdita di “uno di quei rari leader che ha cambiato il corso della storia della propria Nazione”. Parole che sottolineano non solo il cordoglio personale, ma il riconoscimento del ruolo strategico che il Qatar riveste per l’Europa e per il nostro Paese, tra forniture energetiche e investimenti bilaterali. Anche il presidente Sergio Mattarella ha ricordato l’amicizia personale con lo sceicco, evidenziando come la sua leadership abbia elevato il prestigio del Qatar ben oltre i suoi confini.
La morte di Hamad bin Khalifa Al Thani arriva in un momento delicato per il Medio Oriente, con tensioni regionali ancora vive e il Qatar che continua a giocare un ruolo di mediatore chiave. Ma è soprattutto il bilancio della sua eredità a imporre una riflessione più ampia su come un piccolo Emirato sia diventato, in meno di trent’anni, un colosso economico, mediatico e sportivo.
Nato il 1 gennaio 1952 a Doha, Hamad bin Khalifa Al Thani salì al potere nel 1995 con un colpo di mano incruento contro il padre. Fu l’inizio di una rivoluzione silenziosa ma profonda. Convinto che il petrolio da solo non bastasse per garantire un futuro al Paese, puntò tutto sul gas naturale liquefatto (LNG). Sotto la sua guida, il Qatar sfruttò al massimo il giacimento del North Field, diventando uno dei maggiori esportatori mondiali. Il PIL del Paese crebbe di oltre venti volte, permettendo investimenti faraonici in infrastrutture, istruzione e cultura.
Non si limitò all’economia. Nel 1996 fondò Al Jazeera, la prima emittente araba a dare voce a prospettive diverse, che in breve tempo cambiò il panorama dell’informazione regionale e internazionale. Fu un atto di coraggio: aprire al dibattito, anche critico, in un contesto mediorientale spesso chiuso. Parallelamente, avviò riforme sociali importanti, dalla prima costituzione permanente del Qatar alle elezioni municipali, passando per un maggiore ruolo delle donne nella società, grazie anche al sostegno della moglie, Sheikha Moza bint Nasser, figura carismatica e moderna.
La sua visione geopolitica fu altrettanto audace. Il Qatar ospitò basi militari americane, ma mantenne dialoghi aperti con tutti gli attori regionali, inclusi quelli più controversi. Questo approccio “equilibrato” gli permise di posizionarsi come mediatore credibile: dal Libano alla Palestina, fino ai recenti sforzi per la liberazione di ostaggi. Nel 2013, in un gesto che ancora stupisce per la sua rarità nel mondo arabo, abdicò volontariamente in favore del figlio Tamim, allora appena 33 anni. “È arrivato il momento di aprire una nuova pagina”, disse in un discorso televisivo, segnando un passaggio generazionale pacifico e pianificato.
Oggi, quel Qatar che ammiriamo – con lo skyline di Doha, la vittoria dei Mondiali di calcio 2022, gli investimenti in club europei come il Paris Saint-Germain, o l’acquisto di icone come lo Shard a Londra – porta l’impronta indelebile della sua leadership. Non fu senza critiche: l’embargo del 2017 da parte di Arabia Saudita, Emirati, Bahrain ed Egitto accusò Doha di finanziare il terrorismo e di avere legami troppo stretti con l’Iran e i Fratelli Musulmani. Accuse che il Qatar respinse con fermezza, rafforzando comunque le sue alleanze occidentali e la propria resilienza economica.
Per l’Italia, la figura di Hamad bin Khalifa Al Thani rappresenta un ponte importante. Le relazioni bilaterali si sono intensificate negli anni, con il Qatar tra i principali investitori stranieri nel nostro Paese e partner affidabile per la diversificazione energetica, soprattutto dopo la crisi ucraina. La sua scomparsa invita a riflettere sul futuro di questi legami sotto l’attuale emiro Tamim, che ha proseguito e consolidato molte delle politiche paterne, pur con uno stile più cauto.
Mentre Doha osserva il lutto, con preghiere funebri semplici secondo la tradizione islamica e attività pubbliche sospese, il mondo guarda a un’eredità che va oltre i numeri. Hamad bin Khalifa Al Thani ha dimostrato che un piccolo Stato può ambire a un ruolo globale non solo con le risorse naturali, ma con intelligenza strategica, audacia culturale e una dose di pragmatismo. In un’epoca di incertezze geopolitiche, il suo esempio resta un caso studio su come trasformare vulnerabilità in influenza.
La transizione è già in atto da anni, ma la perdita del “Padre Emiro” segna simbolicamente la fine di un’era pionieristica. Il Qatar di domani dovrà confrontarsi con le sfide del post-idrocarburi, della transizione energetica e di un Medio Oriente in continua ebollizione. Eppure, le fondamenta posate da Hamad bin Khalifa Al Thani appaiono solide: un Paese ricco, influente e, soprattutto, consapevole del proprio posto nel mondo. Una lezione che va ben oltre i confini del Golfo.