Economia della Russia al capolinea: il keynesismo di guerra di Putin si inceppa tra deficit record e infrastrutture nel mirino

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Economia della Russia in crisi: grafici Pil e raffinerie danneggiate da attacchi

Mentre l’attenzione globale oscilla tra conflitti in Medio Oriente e tensioni commerciali, l’economia della Russia sta vivendo un momento di verità brutale. Dopo anni di resilienza apparente sostenuta dalla spesa militare, i segnali di fatica si moltiplicano: Pil in contrazione nel primo trimestre 2026, fondo sovrano prosciugato e un deficit di bilancio che ha già superato l’obiettivo annuale in pochi mesi. Non è un crollo improvviso, ma un lento logoramento che mette in discussione la sostenibilità del modello economico scelto dal Cremlino.

La Banca centrale russa, guidata da Elvira Nabiullina, ha tagliato il tasso di riferimento a giugno a 14,25%, il nono taglio consecutivo ma più cauto del previsto. L’inflazione è scesa grazie a fattori temporanei – tra cui l’apprezzamento del rublo legato ai prezzi energetici – ma quella di fondo resta elevata, intorno al 4-5%. Il problema principale è una politica fiscale espansiva, definita da alcuni analisti “keynesismo di guerra”, che continua a pompare risorse nel settore della difesa mentre il resto dell’economia langue.

Nel primo trimestre del 2026 il Pil russo è sceso dello 0,2-0,5% su base annua, la prima contrazione dopo tre anni di crescita sostenuta artificialmente. Il governo ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita per l’intero anno, portandole allo 0,4% da un precedente 1,3%. Anche le stime internazionali, come quelle del FMI, parlano di un potenziale di crescita dimezzato rispetto al periodo pre-guerra. Le entrate da idrocarburi, pilastro delle finanze pubbliche, sono crollate del 45% nel primo trimestre rispetto all’anno precedente, colpite da sanzioni più stringenti e dagli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche.

Gli attacchi con droni alle raffinerie, che hanno colpito otto dei dieci maggiori impianti, hanno ridotto la capacità di raffinazione di oltre il 13-28% in alcuni periodi, generando code alle pompe di benzina e un’impennata dei prezzi del carburante. Mosca ha dovuto razionare il diesel e addirittura reimportare prodotti raffinati dall’India. Questa vulnerabilità delle infrastrutture energetiche non è solo un problema logistico: erode le entrate fiscali e alimenta l’inflazione, costringendo la Banca centrale a mantenere tassi elevati che strozzano credito e investimenti privati.

Il Fondo nazionale per il benessere ha visto gli asset liquidi scendere dal 6,5% del Pil pre-invasione all’1,8% di aprile 2026. Un cuscinetto fiscale quasi esaurito proprio mentre il deficit accumulato nei primi mesi dell’anno ha già superato l’intero target annuale. Le banche sono sotto pressione per l’espansione del credito imposta dal Cremlino al settore difesa, con crediti in sofferenza in aumento. Molte grandi imprese registrano interessi superiori all’Ebitda, e il debito societario problematico ha raggiunto il 3,8% del Pil.

Un segnale inquietante arriva dal fronte dei grandi capitali. Diversi miliardari e imprenditori vicini al potere stanno spostando decine di miliardi di dollari all’estero, verso Dubai, il Golfo o attraverso canali crypto via Armenia e Kazakistan. Casi come la nazionalizzazione di asset di importanti tycoon hanno alimentato paure di ulteriori confische per finanziare lo sforzo bellico. Questa fuga silenziosa riflette una perdita di fiducia nell’economia della Russia a lungo termine, nonostante i proclami ufficiali. La Borsa di Mosca ha reagito con volatilità alle decisioni di politica monetaria, registrando cali significativi dopo annunci della Banca centrale. Il rublo si è rafforzato temporaneamente grazie ai flussi energetici, ma questo penalizza ulteriormente le esportazioni non energetiche, già colpite da sanzioni e da un mercato internazionale più ostile.

Per le famiglie russe il quadro è pesante: il 60% percepisce un peggioramento delle condizioni economiche locali e il 56% denuncia un calo del tenore di vita, livelli di sfiducia record da vent’anni. L’inflazione erode i salari, mentre la carenza di manodopera – aggravata dalla guerra e dall’emigrazione – frena la produzione civile. Le imprese non legate alla difesa faticano ad accedere al credito e competono con il complesso militare-industriale per risorse scarse.

Gli investitori internazionali guardano con cautela. La dipendenza dalla Cina, che ormai rappresenta il 35% del commercio estero russo e compra gas a prezzi scontati, crea un’asimmetria pericolosa. Pechino fornisce componenti critici, ma Mosca resta in una posizione di debolezza strutturale.

L’economia della Russia non è sull’orlo del collasso immediato, grazie ai proventi energetici temporanei legati alle tensioni in Medio Oriente. Ma i buffer sono esauriti. Senza una svolta – difficile in un contesto di guerra prolungata – il Paese rischia una stagnazione prolungata, con crescita bassa, inflazione persistente e scelte drammatiche tra tagli alla spesa militare o ulteriore indebitamento.

Per le imprese italiane e europee che guardano ai mercati emergenti, questo scenario impone prudenza: opportunità residue in settori specifici, ma rischi elevati di instabilità valutaria, interruzioni nelle supply chain energetiche e cambiamenti improvvisi nelle regole del gioco. L’economia della Russia sta pagando il conto di una strategia che ha privilegiato il fronte militare a scapito della sostenibilità di lungo periodo. E il conto, mese dopo mese, diventa più salato.

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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