Marina Piller e il dolore che non passa: «Viola è nata e l’hanno portata via senza spiegazioni. Dopo sette anni le scuse non sarebbero più le stesse»

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Immagine simbolica di una mamma con una neonata che rappresenta il ricordo di Viola

L’ex sciatrice di fondo Marina Piller è tornata a parlare pubblicamente della tragedia che ha segnato per sempre la sua vita. Sette anni dopo la morte della figlia Viola durante il parto all’ospedale di Tolmezzo, la sentenza del tribunale civile di Udine che ha riconosciuto un errore medico e condannato l’Azienda sanitaria Friuli centrale a un risarcimento di oltre 800 mila euro ha riaperto ferite mai rimarginate. In recenti interviste, Piller ha raccontato con lucidità e commozione quei momenti drammatici, sottolineando soprattutto l’assenza di spiegazioni e di un gesto di umanità da parte di chi era in sala parto quella notte del 10 luglio 2019.

«Viola è nata e l’hanno portata via senza spiegazioni». Sono parole che pesano, pronunciate da una madre che ha visto la sua bambina morire poco dopo essere venuta al mondo. Secondo la perizia tecnica citata nella sentenza, la piccola ha sofferto un’ipossia probabilmente dovuta allo schiacciamento del cordone ombelicale. I giudici hanno rilevato che tra i primi segnali di sofferenza fetale e il parto sarebbero trascorsi 114 minuti, un lasso di tempo in cui, secondo le linee guida, sarebbe stato necessario intervenire con un taglio cesareo.

Marina Piller, originaria di Sappada e già 13ª alle Olimpiadi di Sochi 2014 nella gara di sci di fondo, ha ripercorso i fatti con precisione dolorosa. Arrivata in ospedale dopo la rottura delle acque, il primo monitoraggio era perfetto. Poi, in sala parto, il tracciato cardiaco della bambina è diventato patologico. «Sono stata io a sentire che qualcosa non andava, ma mi hanno detto che era la natura e di avere pazienza», ha raccontato. Quando Viola è nata, il personale medico l’ha portata via immediatamente per tentare la rianimazione, lasciando i genitori soli e senza informazioni per circa mezz’ora. Solo dopo sono tornati per comunicare che non c’era più nulla da fare.

La mancanza di comunicazione e di un confronto umano ha aggravato il trauma. «Avrebbe fatto la differenza sotto il profilo umano», ha detto Piller. E alla domanda su un’eventuale richiesta di scuse dopo sette anni, la sua risposta è netta: «Non sarebbe più la stessa cosa». Un’affermazione che rivela la profondità del vuoto lasciato non solo dalla perdita, ma anche dall’assenza di risposte e di riconoscimento del dolore.

Sul fronte penale la vicenda si è chiusa con un’archiviazione, decisione che la famiglia, assistita dall’avvocato Massimiliano Campeis, ha accettato senza opporsi, pur con rammarico. La sentenza civile, invece, è diventata definitiva perché l’Azienda sanitaria non ha fatto ricorso. Un riconoscimento importante, ma che per Piller non cancella il senso di ingiustizia.

Con grande dignità, Marina Piller e il marito hanno deciso di devolvere l’intero risarcimento a un progetto nel mondo della disabilità, ancora in fase di definizione. «I soldi non ci interessano perché nessuno potrà ridarci viva Viola», ha dichiarato. L’obiettivo è trasformare una tragedia personale in qualcosa di utile per gli altri, impedendo che simili errori si ripetano. «Ne parlo perché non succeda più ad altre famiglie», ha spiegato l’ex atleta, madre di altri tre figli – tra cui una bimba già nata all’epoca dei fatti – e che oggi parla di avere «quattro figli, non tre».

Il caso è tornato prepotentemente sui media nelle ultime settimane proprio in seguito alla sentenza definitiva e alle interviste rilasciate da Piller. Non si tratta di una vicenda nuova – la morte di Viola risale al 2019 – ma la conclusione del percorso giudiziario civile ha dato l’occasione per raccontare di nuovo una storia di dolore, resilienza e ricerca di giustizia. In un periodo in cui il dibattito sulla sicurezza nelle strutture sanitarie e sulla comunicazione con i familiari in momenti critici torna periodicamente sotto i riflettori, le parole di un’ex sportiva conosciuta dal pubblico italiano assumono un peso particolare.

Non esiste alcun collegamento verificato tra questa vicenda e il giovane pilota di Formula 1 Andrea Kimi Antonelli, i cui successi nel motorsport rappresentano un capitolo completamente separato del panorama sportivo italiano attuale.

Sette anni sono un periodo lungo, sufficiente a cambiare molte cose ma non il vuoto lasciato da una figlia. Il racconto di Marina Piller mette in luce come il dolore di una perdita così improvvisa e potenzialmente evitabile non si esaurisca con una sentenza o un indennizzo. Rimane la domanda su cosa sia accaduto in quella sala parto e perché non sia stato possibile intervenire in tempo utile. Rimane anche il rimpianto per un dialogo umano mai avviato.

La storia di Piller parla a tanti livelli: alla mamma che ha dovuto ricominciare a vivere pur portando dentro un lutto indicibile, all’atleta che ha dovuto ridisegnare la propria identità pubblica, alla cittadina che si aspetta dalle istituzioni sanitarie non solo competenza tecnica ma anche rispetto e trasparenza. Il suo desiderio di dare un senso alla morte di Viola attraverso un progetto solidale rappresenta un messaggio di speranza in mezzo al dolore.

La vicenda riapre interrogativi più ampi sul sistema sanitario, sulla formazione del personale, sulla gestione delle emergenze ostetriche e sulla necessità di un approccio più empatico verso le famiglie colpite da eventi tragici. Marina Piller non chiede vendetta, ma verità e prevenzione. La sua voce, ferma nonostante tutto, ricorda che certe ferite non si chiudono con il tempo, e che la dignità di una bambina venuta al mondo solo per pochi istanti merita di essere difesa con determinazione.

In un’Italia che spesso celebra i successi sportivi ma tende a dimenticare le storie personali dietro gli atleti, il ritorno mediatico di Marina Piller serve a ricordare che dietro ogni nome pubblico c’è una vita fatta di gioie, cadute e battaglie silenziose. La sua forza nel trasformare il lutto in impegno civile è l’eredità più potente che lascia a Viola e a tutte le famiglie che, purtroppo, si trovano a vivere esperienze simili.

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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