Cristina Mazzotti, ergastolo dopo 50 anni: la buca infernale, la ‘ndrangheta e una giustizia che arriva in ritardo ma non dimentica

Era il 30 giugno 1975, una sera d’estate umida e luminosa in Brianza. Cristina Mazzotti, appena diciottenne, aveva festeggiato con gli amici al Bar Bosisio di Erba la promozione in terza liceo classico al Carducci di Milano e il traguardo della maggiore età. Salita sulla Mini Minor guidata dal fidanzato Carlo Galli, con l’amica Emanuela Lusari al fianco, rientrava nella villa di famiglia a Eupilio, sul lago di Pusiano. Pochi chilometri, una curva stretta vicino casa: quattro uomini armati bloccano l’auto con una Alfa Giulia e una Fiat 125. Legano i due ragazzi, caricano Cristina sulla 125. Lei non oppone resistenza. È l’inizio di un incubo che durerà ventotto giorni e finirà nel silenzio di una discarica.
Cristina Mazzotti è diventata il simbolo tragico di un’epoca in cui i sequestri di persona erano un’industria fiorente al Nord, prima ancora che l’opinione pubblica capisse fino in fondo la ferocia della ‘ndrangheta calabrese. Figlia di Elios Mazzotti, imprenditore del settore cerealicolo, famiglia benestante ma non sfacciatamente miliardaria, fu la prima donna rapita e uccisa in quel contesto criminale. La banda chiese cinque miliardi di lire di riscatto. Il padre, straziato, riuscì a racimolare e pagare un miliardo e 50 milioni. Non bastò. Cristina morì tra il 30 luglio e il 1° agosto, stroncata dalle condizioni disumane della prigionia e dalle dosi massicce di Valium somministrate ogni giorno per tenerla quieta.
La tenevano in una buca scavata sotto un garage nella cascina “Padreterno” a Castelletto sopra Ticino, nel Novarese: pareti di cemento, un metro e 45 di profondità, due metri e 65 di lunghezza, un metro e 55 di larghezza. Cristina, alta un metro e 62, non poteva stare in piedi. Un tubo di plastica da cinque centimetri era l’unico contatto con l’aria esterna. Due panini al giorno, freddo, buio, solitudine. Quando le condizioni si aggravarono, la spostarono in un appartamento, ma era troppo tardi. Il corpo, spogliato, fu abbandonato in una discarica a Galliate, coperto da terra, sassi e rifiuti. Lo trovarono il 1° settembre 1975.
Per decenni il caso rimase un cold case doloroso, con alcuni colpevoli condannati negli anni Settanta per il sequestro, ma i mandanti e gli esecutori materiali mai davvero raggiunti. Poi, nel 2006, l’impronta digitale di Demetrio Latella sulla Mini Minor – attribuita grazie al sistema Afis della polizia scientifica – ha riaperto tutto. La famiglia, con l’avvocato Fabio Repici, non ha mai smesso di chiedere verità. Nel 2024 il processo è ripartito a Como, con imputati ultra-settantenni legati alla ‘ndrangheta: Giuseppe Calabrò, Demetrio Latella, Antonio Talia. E il 4 febbraio 2026, a cinquant’anni esatti dal rapimento, la Corte d’Assise ha emesso la sentenza: ergastolo per Calabrò e Latella per concorso in omicidio volontario aggravato. Assolto Talia per non aver commesso il fatto. Il sequestro è prescritto, ma l’omicidio no. Provvisionale di 600mila euro ciascuno ai fratelli Vittorio e Marina Mazzotti.
La notizia ha riacceso i riflettori su una vicenda che non ha mai smesso di interrogare la coscienza collettiva. In questi giorni i social pullulano di ricordi, foto d’epoca, estratti di vecchi servizi Rai. Su RaiPlay è tornato virale il servizio di “Cose Nostre” del 2025 dedicato al “sequestro dell’orrore”. Al Piccolo Teatro di Milano, lo spettacolo “5 centimetri d’aria” – ispirato proprio alla buca – ha fatto registrare il tutto esaurito per il cinquantesimo anniversario, con repliche prorogate. Fondazione Cristina Mazzotti e familiari continuano a tenere viva la memoria, tra targhe commemorative a Galliate e iniziative contro la criminalità organizzata.
Perché dopo mezzo secolo questa storia fa ancora male? Perché parla di un’Italia vulnerabile, di famiglie spezzate dal dolore, di una mafia che dal Sud si era già infiltrata al Nord con freddezza calcolata. Parla di una ragazza normale – studentessa brillante, fidanzata, allegra – ridotta a oggetto di scambio, torturata con la droga e l’isolamento fino alla morte. Parla di un padre che morì d’infarto sette mesi dopo, a 55 anni, a Buenos Aires. Parla di una madre, Carla Antonia Airoldi, scomparsa nel 2023 a 98 anni, che ha portato quel lutto fino all’ultimo respiro.
Oggi, con le condanne, arriva una parziale chiusura. Non giustizia piena – troppi anni persi, troppi silenzi – ma un segnale: la memoria non si prescrive. Cristina Mazzotti non è solo un nome su una lapide. È il monito su quanto la criminalità organizzata possa essere disumana quando trasforma il profitto in crudeltà. E su quanto, a volte, occorra mezzo secolo perché la verità esca da una buca profonda un metro e 45.