Pino Colizzi se n’è andato: la voce che ha reso immortali De Niro, Nicholson e il Robin Hood Disney ci ha lasciato a 88 anni

pino colizzi

Roma, 16 febbraio 2026 – Ieri il silenzio ha inghiottito una delle voci più riconoscibili e potenti del nostro cinema. Pino Colizzi non c’è più. A 88 anni, nella sua Roma, si è spento uno degli ultimi giganti del doppiaggio italiano, quello che dava corpo e anima a Robert De Niro nel giovane Vito Corleone de Il padrino – Parte II, a Martin Sheen nel disperato capitano Willard di Apocalypse Now, a Jack Nicholson, Michael Douglas, Christopher Reeve nei primi Superman. E poi quel Robin Hood volpe del cartone Disney, che per generazioni di bambini italiani ha significato avventura, giustizia e una risata calda e sorniona. La notizia è arrivata come un pugno nello stomaco: il 14 febbraio, giorno degli innamorati, il destino ha scelto di portarselo via senza clamore, quasi in punta di piedi, come se non volesse disturbare troppo.

Non era solo un doppiatore. Pino era un attore vero, formato all’Accademia Silvio D’Amico, cugino di Gabriele Ferzetti, cresciuto tra Roma, Paola e Bari con il teatro nel sangue. Aveva esordito con Visconti, aveva recitato in Un tè con Mussolini di Zeffirelli (dove doppiava pure Gesù in Gesù di Nazareth, e veniva a sua volta doppiato), aveva diretto il doppiaggio con la severità di chi sa che ogni sillaba conta. Ma è dietro il microfono che ha lasciato il segno indelebile: quella voce baritonale, profonda, capace di passare dalla rabbia trattenuta alla ironia tagliente, dalla malinconia alla regalità. Quando sentivi De Niro in italiano, sentivi Pino. Quando rivedi Lo squalo e Hooper parla, è ancora lui. E quel Robin Hood… quanti di noi, da piccoli, hanno imitato la sua risata mentre guardavano la videocassetta consumata?

La sua scomparsa riapre una ferita che il doppiaggio italiano porta da anni: il passaggio generazionale che sembra non riuscire a colmare il vuoto lasciato dai maestri. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale minaccia di clonare voci storiche, Pino Colizzi rappresentava l’esatto opposto: l’umanità irripetibile, l’errore che diventa emozione, l’interpretazione che va oltre la traduzione. C’era chi, negli ultimi tempi, lo rimproverava di aver “monopolizzato” certi ruoli, condividendo Michael Douglas con Oreste Rizzini o lasciando Superman a Sergio Di Stefano dopo il terzo film. Ma era il prezzo della grandezza: quando una voce diventa sinonimo di un attore, il pubblico non perdona il cambio. Eppure Pino non ha mai fatto scenate, ha continuato a lavorare con discrezione, quasi in disparte, mentre i giovani arrivavano con tecniche diverse, più “moderne”, meno teatrali.

E ora? Il web è un mare in tempesta. Su Instagram e Facebook esplodono i ricordi: “Addio Signor Robin Hood”, “La mia infanzia è appena morta”, “Grazie per avermi fatto innamorare del cinema vero”. C’è chi posta spezzoni di Apocalypse Now con la sua voce su Martin Sheen, e le lacrime arrivano puntuali. Ma c’è anche la divisione sottile: alcuni rimpiangono l’epoca d’oro del doppiaggio “artigianale”, quando si improvvisava in sala con il direttore che urlava “stop!” e si ricominciava; altri dicono che oggi si è perso quel calore, che i nuovi talenti sono bravissimi ma mancano di quel “fuoco” antico. E poi c’è il gossip di settore, quello che non si scrive mai sui giornali ma circola nei corridoi delle sale di doppiaggio: Pino era esigente, a volte burbero, ma generoso con chi mostrava rispetto per il mestiere. La figlia Chiara Colizzi, anche lei voce nota, porta avanti il cognome con dignità silenziosa.

Questo addio pesa perché ci costringe a guardarci allo specchio: quanto valore diamo ancora alla voce umana nel nostro intrattenimento? Pino Colizzi non era solo un nome nei titoli di coda; era il ponte tra Hollywood e le nostre case, tra l’originale e l’italiano che ci sembrava più vero. La sua scomparsa ci ricorda che certe leggende non si sostituiscono: si piangono, si riascoltano, si custodiscono. E forse, in fondo, ci chiediamo se la prossima generazione saprà trovare una voce altrettanto potente per raccontare le storie che contano.

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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