Il ciclone Oriana non molla: allagamenti, frane e rabbia diffusa, l’Italia stanca di questi San Valentino bagnati

il ciclone oriana

Roma, 16 febbraio 2026 – Non è ancora finita. Mentre il Nord tira un sospiro di sollievo con qualche schiarita timida, il ciclone Oriana continua a martellare il Centro-Sud e le regioni adriatiche, lasciando dietro di sé fango, strade impraticabili e un senso di stanchezza collettiva che si taglia con il coltello. Piogge insistenti, rovesci improvvisi, venti che superano i 90 km/h sulle coste: è l’ennesima perturbazione di un febbraio già massacrato, ribattezzata Oriana dagli spagnoli di Aemet ma sentita come un pugno nello stomaco da chi vive tra allagamenti e black-out. E mentre la Protezione Civile tiene alta l’allerta gialla su undici regioni, in tanti si chiedono: ma davvero non si poteva fare di più per evitare questo stillicidio?

Il vortice, nato nel Mediterraneo occidentale e transitato dal Golfo del Leone verso il Tirreno, ha toccato il picco tra sabato e domenica, giorno di San Valentino rovinato per milioni di italiani. Temporali violenti hanno flagellato Sardegna, Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, basso Lazio e versante adriatico: oltre duemila interventi dei vigili del fuoco in tre giorni solo tra queste zone, frane che hanno isolato frazioni, condotte idriche danneggiate in Calabria, allagamenti alla foce del Tevere e cinquanta evacuati a Fiumicino. In Calabria la Regione ha chiesto lo stato d’emergenza, mentre in Sicilia e Sardegna campi allagati e strade interrotte hanno messo in ginocchio l’agricoltura già provata. Il mare grosso ha creato mareggiate pericolose, con raffiche che hanno piegato alberi e segnaletica. Ora Oriana si sposta lentamente verso i Balcani, ma lascia ancora instabilità diffusa: piogge residue su medio Adriatico, rovesci su Calabria e Sicilia orientale, neve debole sull’Appennino centrale oltre i 1000-1200 metri. Miglioramento vero solo da domani, ma con temperature in calo che ricordano quanto l’inverno non sia affatto finito.

Dietro le mappe radar e i bollettini c’è una storia di fatica accumulata. Dopo Nils e le perturbazioni precedenti, questo ciclone arriva come l’ennesima prova per un sistema di protezione civile che arranca sotto il peso di eventi sempre più frequenti. Le polemiche serpeggiano: perché le previsioni discordanti tra modelli ECMWF e GFS hanno creato confusione iniziale? Perché alcune allerte arancioni di sabato (Campania, Lazio, Sardegna, Emilia-Romagna) non hanno evitato disagi prevedibili? Nei gruppi WhatsApp di amministratori locali e nei forum meteo si parla di ritardi nelle comunicazioni, di risorse insufficienti per la manutenzione idraulica, di un Paese che sembra sempre sorpreso dalle piogge intense nonostante i cambiamenti climatici annunciati da anni. E poi c’è la sfiducia: dopo le alluvioni in Emilia-Romagna, in Toscana, in Liguria, la gente non crede più ciecamente ai “torna il sole presto”. La paura non è solo per l’acqua che sale: è la stanchezza di ricostruire, di perdere giornate di lavoro, di vedere i figli spaventati dal rumore del temporale.

Sui social il mix è esplosivo. Da un lato video virali di strade trasformate in fiumi, con commenti tipo “Basta, non ce la facciamo più” o “San Valentino all’insegna del divano e delle candele spente dal blackout”. Dall’altro meme ironici (“Oriana è la ex che non molla mai”) e rabbia vera: “Pagano le tasse per cosa? Per vedere la città allagata ogni volta?”. Esperti divisi: c’è chi minimizza (“è un ciclone extratropicale classico, non una bomba d’acqua epocale”), chi avverte (“il Mediterraneo sta diventando una pentola a pressione, prepariamoci a fasi così per mesi”). La Protezione Civile invita a non sottovalutare: “Evitate sottopassi, corsi d’acqua, zone costiere esposte”. Ma molti cittadini, esausti, rispondono con un’amara rassegnazione: “Tanto poi passa, ma i danni restano”.

Perché questa perturbazione pesa doppio. Non è solo meteo: è mobilità bloccata, scuole chiuse in alcuni comuni sardi e campani, turismo invernale fermo, infrastrutture fragili messe ancora una volta alla prova. In un’Italia che lotta per la transizione ecologica e la resilienza climatica, il ciclone Oriana diventa il simbolo di un sistema che arranca, di una comunicazione che a volte arriva in ritardo, di una popolazione che dopo ogni allerta si chiede: la prossima volta saremo pronti davvero?

E mentre il vento cala piano e le nubi si diradano al Nord, resta una domanda che ronza nella testa di tutti: quante “Oriane” dovremo ancora subire prima che qualcuno decida di cambiare sul serio le regole del gioco?

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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