Vittorio Sgarbi assolto: il verdetto che spacca l’Italia tra “macchina del fango” e chi grida ancora all’impunità

Vittorio Sgarbi assolto

Ieri, 16 febbraio 2026, il gup di Reggio Emilia ha pronunciato la parola fine su uno dei capitoli più tossici degli ultimi anni: Vittorio Sgarbi assolto dall’accusa di riciclaggio per il quadro di Rutilio Manetti, “La cattura di San Pietro”. Formula piena: “il fatto non costituisce reato”, anche per l’imputazione residua, dopo le archiviazioni già arrivate per contraffazione e autoriciclaggio. La Procura aveva chiesto tre anni e quattro mesi di carcere, puntando dritto al critico d’arte più discusso d’Italia. Invece il giudice ha detto no: prove insufficienti, punto. E ora “vittorio sgarbi assolto” e “sgarbi assolto” impazzano ovunque, perché questa sentenza non chiude solo un processo: riapre ferite, rancori, divisioni profonde.

Da una parte i suoi avvocati, Alfonso Furgiuele e Giampaolo Cicconi, parlano di “macchina del fango” che ha prodotto “danni morali e materiali a un innocente”. Dall’altra, chi lo ha sempre visto come l’incarnazione dell’arroganza intoccabile, mastica amaro: Report e Il Fatto Quotidiano, che nel 2023 avevano acceso i riflettori sul dipinto esposto a Lucca nel 2021 – identico a quello rubato nel 2013 dal Castello di Buriasco – vengono accusati di aver orchestrato una caccia alle streghe. Il quadro resta sequestrato, la Procura valuta appello, ma il messaggio è chiaro: Sgarbi esce a testa alta, come aveva predetto con quel suo tipico ghigno da chi sa di averla scampata ancora una volta.

E qui entra il vero dramma umano. Vittorio Sgarbi non è solo un critico, un ex sottosegretario alla Cultura, un personaggio televisivo: è un uomo che ha vissuto di eccessi, di battute al vetriolo, di una vita che sembra un eterno duello con il mondo. Dopo lo scandalo è arrivato il crollo: dimissioni dal governo Meloni, depressione dichiarata, isolamento. Chi lo conosce dice che dietro la corazza da provocatore c’è un uomo ferito, che ha pagato caro il prezzo della sovraesposizione. I social sono spaccati: da una parte i fan che esultano “finalmente giustizia per Vittorio”, dall’altra chi ironizza “assolto ma non innocente”, ricordando che l’assoluzione non cancella il sospetto, né i mesi di gogna mediatica. Su Instagram e X esplodono meme, insulti, difese accorate: “sgarbi” torna a essere sinonimo di polarizzazione italiana.

Il caso Manetti è diventato il simbolo di qualcosa di più grande. Da un lato la tutela del patrimonio artistico, i Carabinieri del Nucleo Tutela che indagano su furti vecchi di decenni; dall’altro il mondo dell’arte, dove attribuzioni, provenienze e collezioni private sono spesso nebbiose. Sgarbi ha sempre sostenuto di aver acquistato il dipinto in buona fede, presentandolo come inedito. La giustizia gli ha dato ragione, almeno in primo grado. Ma resta quella domanda scomoda: perché un intellettuale così acuto si è trovato invischiato in una storia del genere? È stata ingenuità, arroganza, o semplicemente il destino di chi vive al confine tra genio e provocazione?

In un Paese dove la cultura è arma politica e il gossip giudiziario fa più audience delle mostre, vittorio sgarbi assolto non è solo una notizia: è un monito. Per lui, che ora può ricominciare a parlare di arte senza l’ombra del carcere; per i suoi nemici, che vedono un altro “potente” sfuggire alla rete; per noi, che continuiamo a divorare queste storie come se fossero fiction. Il quadro di Manetti resta chiuso in un deposito, ma la vera opera d’arte – controversa, divisiva, indistruttibile – è lui. E chissà se, alla fine, non sia proprio questa la sua vittoria più grande.

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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