Affluenza referendum 2026: il boom del 46% che fa tremare Meloni e spacca l’Italia in due

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Alle 23 di ieri sera, quando i seggi hanno abbassato le saracinesche dopo la prima giornata di voto, il dato era lì, nero su bianco sul portale Eligendo del Viminale: 46,07%. Un’affluenza referendum da record, roba che non si vedeva da anni. Più alta del 2020 sul taglio dei parlamentari, più alta del 2025 sui quesiti di lavoro e cittadinanza, quasi il doppio rispetto alle prime ore del giorno. E oggi, lunedì 23 marzo, con le urne aperte dalle 7 alle 15, l’Italia si sveglia con questa cifra in testa: la gente ha votato. Tantissimo. Contro ogni previsione, contro ogni sondaggio che dava l’apatia come vincitrice.

Non è un numero qualunque. È un ceffone sonoro a chi sperava nel disinteresse. Perché questo referendum sulla giustizia – la riforma Meloni che separa le carriere di giudici e pm, che crea l’Alta Corte disciplinare e riscrive pezzi della Costituzione – doveva essere una formalità tecnica. Un sì o no senza quorum, tanto per far passare la legge voluta dal governo. Invece gli italiani si sono presentati in massa. A Milano sfiorano il 50%, a Roma oltre il 45%, in Emilia-Romagna si tocca il 53%. Al Sud, Sicilia e Calabria arrancano sotto il 35%. Due Italie, come sempre. Ma stavolta la differenza urla.

E mentre le file ai seggi si allungavano sotto un cielo grigio, sui social partiva il tam tam: “Ho votato per difendere l’indipendenza dei magistrati”, “Basta con le toghe politicizzate”, “Meloni vuole mettere le mani sulla giustizia”. La sinistra, compatta nel No, ha mobilitato i suoi come non succedeva da tempo. Schlein e Conte hanno battuto i quartieri, i circoli, i gruppi WhatsApp. Il centrodestra? Silenzio imbarazzato, qualche tweet di Salvini e Tajani che parlavano di “partecipazione democratica” senza troppa convinzione. Come se avessero capito che più gente vota, più rischia di diventare uno schiaffo.

Il paradosso è tutto qui. Per anni ci hanno raccontato che gli italiani non se ne fregano niente della giustizia: processi eterni, corruzione, scandali a ripetizione. Poi arriva questo referendum e improvvisamente le urne si riempiono. Perché? Perché sotto la superficie ribolle la rabbia. La rabbia per una riforma che molti vedono come un attacco alle toghe “rosse” (parola magica della destra), ma che per altri è solo l’ennesimo tentativo di controllare il potere giudiziario. La rabbia per un sistema che non funziona e per un governo che invece di risolverlo ci mette le mani sopra.

E non è solo politica. È personale. Quanti hanno votato pensando al figlio in attesa di un processo da anni? Quanti per la madre rimasta senza giustizia dopo un incidente? Quanti semplicemente perché “stavolta basta”. L’affluenza alle urne non è mai stata solo un numero. È il termometro di un Paese che si sente preso in giro. E ieri quel termometro è schizzato a livelli pericolosi per Palazzo Chigi.

Ora resta da vedere cosa succederà oggi. Le urne chiudono alle 15, poi via allo spoglio. Exit poll e proiezioni arriveranno in serata, ma il segnale è già chiaro: l’Italia non è più quella che dorme. Il boom di partecipazione ha già cambiato il racconto. Meloni, che aveva incassato la riforma in Parlamento con la sua maggioranza, ora deve fare i conti con un Paese che si è svegliato. Se il No dovesse prevalere – e i numeri dell’affluenza nelle roccaforti rosse fanno presagire guai – sarà un colpo durissimo. Non solo politico. Simbolico.

Perché alla fine questa affluenza referendum 2026 dice una cosa semplice e brutale: gli italiani non si fidano più di nessuno. Né delle toghe, né dei politici che le vogliono domare. Votano perché sono arrabbiati. Votano perché sentono che la posta in gioco è alta. E mentre i seggi riaprono stamattina, con la fila già formata davanti ai gazebo, c’è chi si chiede: sarà abbastanza? O domani torneremo tutti a lamentarci del solito sistema marcio?

Il verdetto lo daranno le schede. Ma il messaggio è già arrivato forte e chiaro: questa volta l’Italia alle urne c’è. E fa male.

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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