Addio a Beppe Savoldi: morto a 79 anni il bomber “Mister due miliardi”

BERGAMO – Il calcio italiano è in lutto. È morto Beppe Savoldi. Giuseppe Savoldi, per tutti semplicemente Beppe, se n’è andato a 79 anni nella sua Bergamo, circondato dalla famiglia, dopo una lunga malattia. La notizia è arrivata ieri sera sui social dal figlio Gianluca, ex attaccante e oggi allenatore della Primavera del Renate: «Se ne è andato in altra dimensione il nostro grande Beppe. I suoi luoghi, la sua casa e i suoi affetti lo hanno accompagnato fino all’ultimo momento lasciandoci custodi dei valori e dell’amore che hanno sempre costituito la cifra del suo percorso terreno». Un addio commosso a uno dei centravanti più amati e prolifici degli anni Settanta, icona di Atalanta, Bologna e Napoli.
Nato a Gorlago il 21 gennaio 1947, Savoldi calciatore ha incarnato il prototipo del bomber bergamasco: tenace, istintivo, letale di testa. Da ragazzo giocava anche a basket nell’oratorio di Santa Maria delle Grazie e quel salto in alto che lo aveva reso campione provinciale a 14 anni divenne la sua arma segreta in area di rigore. Esordì in Serie A con l’Atalanta nel 1965, ma fu a Bologna, dove arrivò nel 1968, che esplose definitivamente. Sette stagioni da protagonista, 96 gol in 230 presenze tra campionato e coppe, due Coppe Italia (1970 e 1974) e il titolo di capocannoniere della Serie A 1972-73, condiviso con Pulici e Rivera a quota 17 reti. Una macchina da gol che non si fermava mai: otto campionati consecutivi in doppia cifra in un torneo a 16 squadre e 30 partite.
Il momento che lo rese leggenda arrivò però nell’estate del 1975. Il Napoli lo strappò al Bologna per una cifra record: 1,4 miliardi di lire più il cartellino di Rampanti valutato 600 milioni. In un’Italia in piena crisi economica la notizia finì sulle prime pagine dei giornali e scatenò polemiche infinite, interrogazioni parlamentari e persino minacce di morte al presidente del Bologna. Savoldi divenne “Mister due miliardi”, il calciatore italiano più pagato di sempre. Al San Paolo arrivò come una rockstar: 75.000 abbonamenti record e un amore immediato dei tifosi partenopei. Con la maglia azzurra vinse la terza Coppa Italia della sua carriera (1976) e segnò 55 gol in 118 presenze. Poi il ritorno a Bologna e l’ultimo saluto all’Atalanta nel 1982-83, per un totale di 554 partite e 233 gol tra i tre club.
Con la Nazionale maggiore collezionò solo 4 presenze e un gol (su rigore contro la Grecia nel 1975), ma la sua assenza dal gruppo di Bearzot fu sempre più rimpianta che rimproverata: «Ai miei tempi era diverso. Contavano i clan…», disse una volta con la schiettezza che lo ha sempre contraddistinto. Rimane invece nella memoria collettiva l’episodio del gol annullato ad Ascoli nel gennaio 1975: un pallone calciato a porta vuota, respinto da un raccattapalle quattordicenne. Savoldi reagì con sportività, stringendo la mano al ragazzo in tv a “La Domenica Sportiva”. Un’immagine che racconta meglio di mille parole l’uomo prima del bomber.
Dopo il ritiro arrivarono le panchine in Serie C (Carrarese, Spezia, Lecco, Saronno, Siena tra gli altri) e una promozione playoff con il Saronno nel 1995. Ma il suo nome resta legato indissolubilmente ai gol di testa, ai rigori calciati di piatto con quella breve rincorsa e al carattere bergamasco che non si piegava mai. Il calcio di oggi lo ha ricordato con un minuto di silenzio prima di Italia-Irlanda del Nord, la partita di playoff Mondiali giocata proprio a Bergamo, la sua città.
Atalanta, Bologna e Napoli hanno espresso il loro dolore sui canali ufficiali. I tifosi sui social hanno riempito le bacheche di vecchie foto, sciarpe e ricordi: chi lo ha visto segnare al Dall’Ara, chi al San Paolo, chi semplicemente lo considera uno degli ultimi veri numeri nove all’italiana. Gianluca Savoldi, erede di una dinastia di calciatori (lo zio Gianluigi giocò con Juventus, Cesena e Sampdoria), ha trasformato il dolore in orgoglio: la famiglia ha custodito fino all’ultimo i valori di Beppe, quelli di un calcio fatto di passione, sacrifici e rispetto.
Beppe Savoldi lascia un vuoto nel cuore di chi ha amato il calcio degli anni Settanta, un’epoca in cui i bomber erano eroi popolari e non solo numeri. Lascia 168 reti in Serie A che lo collocano al 17° posto nella classifica all-time dei marcatori. Ma soprattutto lascia il ricordo di un uomo semplice, schietto, che ha vissuto il suo sogno senza mai perdere l’umiltà delle sue radici bergamasche. Il calcio italiano, oggi, si inchina davanti a “Mister due miliardi”. E gli dice grazie per tutti i gol che ha regalato.