Pizzaballa bloccato al Santo Sepolcro: la polizia israeliana impedisce la messa di Domenica delle Palme al Patriarca di Gerusalemme

Gerusalemme, 30 marzo 2026 – È un’immagine che ha fatto il giro del mondo e ha lasciato sgomenti i fedeli di tutto il pianeta: il cardinale Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, fermato dalla polizia israeliana mentre si recava in forma privata a celebrare la Messa della Domenica delle Palme nella Chiesa del Santo Sepolcro. Per la prima volta da secoli, i capi della Chiesa cattolica in Terra Santa sono stati impediti di entrare nel luogo più sacro del cristianesimo per la liturgia pasquale. Un episodio che arriva in un momento di altissima tensione in Medio Oriente e che ha immediatamente acceso i riflettori sul ruolo del cardinale Pizzaballa e sul delicato equilibrio tra sicurezza, libertà di culto e diplomazia religiosa.
Pierbattista Pizzaballa, bergamasco di nascita e francescano di vocazione, è da anni la voce più autorevole dei cattolici in Terra Santa. Nominato Patriarca latino di Gerusalemme nel 2020 e creato cardinale da Papa Francesco nel 2023, guida il Patriarcato latino di Gerusalemme, che ha giurisdizione su Israele, Palestina, Giordania e Cipro. È lui che, in questi anni di conflitti, ha visitato più volte Gaza, ha offerto se stesso in cambio degli ostaggi nel 2023 e non ha mai smesso di invocare la pace, anche quando la guerra sembrava inghiottire ogni speranza. La sua figura è diventata simbolo di una Chiesa che non si arrende al rancore e che continua a tenere accesa la lampada della speranza tra macerie e divisioni.
Ieri mattina, 29 marzo, tutto si è svolto in modo apparentemente normale fino a un certo punto. Il cardinale Pizzaballa e padre Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa e guardiano ufficiale del Santo Sepolcro Gerusalemme, si stavano recando alla basilica senza alcuna processione, senza folla, senza segni esteriori di cerimonia. Procedevano in forma strettamente privata, come confermato dal comunicato congiunto del Patriarcato latino e della Custodia di Terra Santa. Eppure la polizia israeliana li ha fermati lungo il percorso e li ha costretti a tornare indietro. «Una misura manifestamente irragionevole e grossolanamente sproporzionata», hanno denunciato i due organismi in un testo durissimo. Di conseguenza, per la prima volta nella storia moderna, la Messa della Domenica delle Palme non è stata celebrata all’interno del Santo Sepolcro dai responsabili diretti della Chiesa cattolica.
Al posto della liturgia solenne nel cuore della cristianità, il cardinale Pizzaballa ha celebrato una preghiera per la pace nel Monastero di San Salvatore e ha benedetto la città dal Santuario del Dominus Flevit, sul Monte degli Ulivi. Nell’omelia ha scelto di concentrarsi sul messaggio evangelico, evitando riferimenti diretti all’accaduto, ma il gesto ha parlato da solo: una benedizione silenziosa ma potentissima rivolta a una Gerusalemme ferita, divisa e ancora sotto l’ombra della guerra.
L’episodio arriva mentre la Terra Santa vive una situazione di estrema fragilità. Le restrizioni alle celebrazioni pubbliche di questa Settimana Santa erano già state annunciate dallo stesso Patriarcato per motivi di sicurezza legati al conflitto più ampio nella regione. Ma il blocco personale al Patriarca e al Custode ha superato ogni previsione e ha provocato immediate reazioni istituzionali. In Italia, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha convocato l’ambasciatore israeliano per chiedere chiarimenti. Fonti vicine al governo italiano hanno parlato di «un’offesa grave alla libertà religiosa». Anche dal Vaticano e da varie cancellerie europee è arrivato un coro di preoccupazione: non si tratta solo di una questione liturgica, ma di un segnale che rischia di compromettere ulteriormente il dialogo tra autorità civili e comunità religiose a Gerusalemme.
Il Pizzaballa cardinale non è nuovo a gesti forti in difesa dei luoghi santi e dei cristiani di Terra Santa. Negli ultimi mesi ha denunciato più volte le condizioni drammatiche a Gaza, dove – come ha ripetuto in diverse occasioni – «la gente vive ancora nelle fogne e tutto è distrutto». Ha invocato un cessate-il-fuoco, ha chiesto ascolto del dolore di entrambi i popoli e ha sempre rifiutato di usare la fede come alibi per la violenza. La sua linea è chiara: la pace non è un accordo di carta, ma un’attitudine del cuore che richiede leadership coraggiose.
L’episodio di ieri ha riaperto un dibattito più ampio sulla gestione dei luoghi sacri in un contesto di conflitto permanente. Per i cristiani di tutto il mondo, il Santo Sepolcro Gerusalemme non è solo un monumento: è il centro della fede. Impedire ai suoi pastori di celebrarvi la Domenica delle Palme, anche in forma privata, appare a molti come un segnale preoccupante, soprattutto in un anno in cui la Chiesa universale celebra il Giubileo della Speranza.
Ora lo sguardo è rivolto alle prossime giornate della Settimana Santa. Il Patriarcato ha già modificato il programma delle celebrazioni per garantire la sicurezza dei fedeli, ma l’accaduto di ieri ha lasciato un segno profondo. Il cardinale Pizzaballa, con la sua consueta sobrietà francescana, continua a ripetere che «non dobbiamo scoraggiarci». Eppure, in queste ore, la sua figura assume un peso ancora maggiore: è l’uomo che, pur fermato sulla soglia del Sepolcro, continua a benedire la città e a pregare per una pace che sembra sempre più lontana.In un Medio Oriente segnato da guerre, divisioni e paure, la voce del Patriarca latino di Gerusalemme resta una delle poche che parla di riconciliazione senza abbassare il tono della verità. I fedeli italiani e i pellegrini di tutto il mondo lo sanno: dietro il nome Pizzaballa non c’è solo un cardinale, ma un pastore che, anche quando gli chiudono le porte del luogo più santo, trova il modo di tenere aperta quella della speranza.