Sigonella al centro della guerra Iran diretta: Crosetto dice no agli Usa e l’Italia rischia di pagare il prezzo più alto

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Mentre il Medio Oriente brucia tra missili, droni e minacce di escalation nucleare, la Sicilia torna a essere il fronte silenzioso di una guerra che Roma giura di non voler combattere. La base di Sigonella, uno dei gioielli strategici della presenza americana in Europa, è finita di nuovo sotto i riflettori per il transito di cacciabombardieri Usa in assetto da combattimento e per un clamoroso “no” arrivato direttamente dal ministro della Difesa Guido Crosetto. Un diniego che ha fatto tremare le relazioni atlantiche proprio mentre Trump e alleati intensificano le operazioni contro l’Iran.

Tutto è esploso negli ultimi giorni. Secondo ricostruzioni di fonti autorevoli, alcuni asset aerei statunitensi erano già in volo verso Sigonella con piano di atterraggio e successiva partenza verso il Medio Oriente per missioni legate al conflitto con Teheran. Nessuna consultazione preventiva con le autorità italiane, nessun via libera formale: solo una comunicazione a cose fatte. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano, ha immediatamente informato Crosetto, che non ha esitato: autorizzazione negata. Non si trattava di voli logistici “standard” coperti dagli accordi bilaterali, ma di operazioni potenzialmente “cinetiche”, cioè offensive. Un altolà secco che ha sorpreso Washington e ha fatto emergere tensioni sotterranee mai del tutto sopite.

La base di Sigonella non è un aeroporto qualunque. Situata tra Catania e Siracusa, ospita squadroni di pattugliamento marittimo, droni da ricognizione, velivoli per intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR). È la portaerei fissa degli Stati Uniti nel Mediterraneo, a poche ore di volo dal Golfo. In un contesto di guerra Iran diretta, con attacchi su impianti energetici, ritorsioni iraniane e il rischio concreto di chiusura dello Stretto di Hormuz, Sigonella diventa un hub potenzialmente decisivo per logistica, rifornimento e persino lanci operativi. Eppure il governo Meloni ripete da settimane: “L’Italia non è in guerra e non vuole entrarci”.

Crosetto, con il suo stile diretto e pragmatico da ex imprenditore piemontese diventato uno dei ministri più ascoltati sul Colle, ha più volte invocato i trattati storici: dal NATO SOFA del 1951 al Memorandum d’intesa del 1995. “Per azioni cinetiche gli Usa ce le devono chiedere”, ha ribadito in più occasioni. Ma l’opposizione, soprattutto il M5S con il deputato siciliano Filippo Scerra in testa, non ci crede fino in fondo. “Caccia in assetto di guerra a Sigonella, Crosetto riferisca subito in Parlamento”, tuonano i pentastellati, denunciando un coinvolgimento strisciante della base e del MUOS di Niscemi nelle operazioni americane. Chiedono chiarezza sul “reale grado di coinvolgimento” e accusano il governo di trasformare la Sicilia in “trampolino di lancio” di una guerra “folle e illegale” che Meloni non ha avuto il coraggio di condannare apertamente.

Qui sta il nodo che pochi osano toccare ad alta voce. L’Italia si trova schiacciata tra la fedeltà atlantica – pilastro della sua sicurezza da decenni – e il timore concreto di ripercussioni dirette. Crosetto ha parlato chiaro: un attacco iraniano “diretto” sul nostro territorio non è al momento probabile, ma il rischio terrorismo cresce esponenzialmente. Cellule dormienti, proxy, attentati ibridi: il vero incubo non è un missile balistico su Roma, ma qualcosa di più subdolo e imprevedibile nelle nostre città. Nel frattempo, l’Italia offre sistemi anti-drone e Samp-T ai Paesi del Golfo, invia navi per proteggere Cipro e spinge per una missione ONU a Hormuz. Un equilibrio fragile, quasi acrobatico.

Psicologicamente, Crosetto incarna quel mix di realismo e fermezza che piace a chi vede nella Difesa non un optional ma una necessità esistenziale. Non è l’atlantista ideologico né il pacifista a oltranza: è l’uomo che sa che dire “no” a un alleato quando serve può rafforzare, anziché indebolire, la propria posizione negoziale. Quel diniego su Sigonella non è solo un atto burocratico: è un segnale politico potente. L’Italia non è un vassallo. Non accetta piani di volo comunicati mentre gli aerei sono già in aria. È un modo per ricordare a Washington che gli accordi bilaterali hanno limiti e che il Parlamento italiano esiste.

Eppure, il silenzio assordante di queste settimane pesa. Mentre sui social e nelle piazze siciliane monta la preoccupazione – “La Sicilia non deve diventare bersaglio” – Roma sembra camminare sul filo del rasoio. Da un lato rassicura gli alleati europei e americani sul fronte difensivo; dall’altro prende le distanze dalle scelte offensive di Trump e Netanyahu, definite fuori dal diritto internazionale. Un doppio gioco che rischia di non convincere nessuno: né chi vuole più Europa autonoma, né chi teme che l’Italia paghi in termini di sicurezza energetica, inflazione e instabilità interna il prezzo di una guerra decisa altrove.

La verità scomoda che emerge da questa vicenda è che Sigonella non è mai stata davvero “italiana” nel pieno controllo operativo. È un pezzo di suolo sovrano su cui però decidono accordi siglati decenni fa, in un mondo completamente diverso. Oggi, con la guerra Iran diretta che ridefinisce alleanze e linee rosse, quel modello mostra tutte le sue crepe. Crosetto lo sa bene: negare l’uso della base è stato un atto di sovranità, ma non risolve il problema strutturale. Se domani arriverà una richiesta formale, cosa faremo? E quanto siamo preparati alle ritorsioni ibride che Teheran potrebbe orchestrare proprio attraverso il Mediterraneo?

I siciliani, da sempre in prima linea per posizione geografica, sentono sulla pelle questa tensione. La base porta posti di lavoro, ma porta anche rischi. L’opposizione cavalca il malcontento, il governo difende la linea della “responsabilità atlantica temperata”. Nel mezzo, un Paese che osserva con un misto di orgoglio nazionale e paura legittima.

Questa storia di Sigonella, Crosetto e della guerra Iran diretta non è solo cronaca militare: è lo specchio di un’Italia che cerca di ritrovare una voce propria in un mondo che accelera verso il caos. Un “no” coraggioso può essere l’inizio di una nuova consapevolezza. Oppure l’ennesimo capitolo di un’ambiguità che, prima o poi, potrebbe costarci caro. Gli italiani meritano di sapere esattamente dove sta il confine tra alleanza e sudditanza. Per ora, quel confine passa proprio sulla pista della base siciliana.

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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