Sigfrido Ranucci e l’attentato di camorra: Giletti a “Lo Stato delle Cose” indica la pista che cambia tutto

Nella serata di lunedì 30 marzo, durante la trasmissione Lo Stato delle Cose su Rai3, Massimo Giletti ha lanciato una rivelazione destinata a imprimere una svolta alle indagini sull’attentato subito da Sigfrido Ranucci. Il conduttore di Report, nella notte tra il 16 e il 17 ottobre 2025, ha visto esplodere un ordigno rudimentale piazzato sotto la sua auto davanti alla villetta di famiglia a Pomezia. Un’azione che ha distrutto il veicolo e danneggiato un’altra macchina della famiglia, lasciando un segno profondo non solo sulla vita privata del giornalista ma su tutto il dibattito italiano sulla libertà di stampa.
Giletti, citando fonti investigative, ha tracciato un quadro preciso: non si tratterebbe di un atto isolato o di matrice indefinita, ma di un attentato riconducibile a uomini della camorra arrivati dalla Campania. Secondo le anticipazioni fornite in trasmissione, l’esplosivo non era plastico come ipotizzato inizialmente, bensì gelatina da cava mescolata a polvere pirica. Il mezzo utilizzato per l’azione non sarebbe stata una Panda nera – elemento che aveva depistato le prime ricostruzioni – ma un’utilitaria partita dal Sud e rientrata rapidamente nella stessa direzione. «È un dettaglio che non è solo logistico: è dentro quella direzione che oggi gli investigatori cercano il senso dell’attentato», ha sottolineato il conduttore.
Queste parole arrivano a cinque mesi di distanza dal fatto e mentre le indagini della Procura di Velletri procedono tra riserbo e ascolti di testimoni. Ranucci, da parte sua, non ha mai escluso piste legate al suo lavoro di inchiesta con Report, programma che da anni punta i riflettori su poteri forti, malaffare e intrecci tra politica, economia e criminalità organizzata. L’attentato ha riaperto ferite mai del tutto rimarginate nel mondo del giornalismo italiano: quello di un cronista sotto scorta dal 2021, bersaglio di minacce, querele e pressioni che spesso accompagnano chi scava troppo a fondo.
Sigfrido Ranucci non è un giornalista qualunque. Conduttore di Report dal 2017, erede di Milena Gabanelli, ha trasformato il programma in un punto di riferimento per l’informazione d’inchiesta Rai. Le sue puntate su appalti, sanità, ambiente e servizi segreti hanno generato dibattiti accesi, polemiche politiche e, inevitabilmente, nemici. L’attentato di ottobre ha rappresentato il picco di una tensione crescente, in un contesto in cui la libertà di stampa in Italia continua a essere monitorata con preoccupazione da organizzazioni internazionali. Pochi giorni fa l’Europe Press Freedom Report ha nuovamente collocato il nostro Paese tra quelli a rischio elevato, citando proprio il caso Ranucci tra gli episodi più gravi degli ultimi mesi.
La scelta di Giletti di dedicare spazio alla vicenda in prima serata su Rai3 introduce un elemento di complessità ulteriore. Tra i due conduttori non è mai corso buon sangue. In passato si sono confrontati duramente, anche su chat private finite sui giornali e su presunte “lobby” o amicizie influenti. Ranucci aveva chiarito più volte di non aver mai accusato Giletti di far parte di fantomatiche cordate, ma di aver sollevato questioni più serie su rapporti e dinamiche di potere nel mondo dell’informazione. Eppure, proprio Giletti ha intervistato Ranucci pochi giorni dopo l’attentato e ora torna sul tema con dettagli che sembrano provenire da ambienti investigativi.
Questa sovrapposizione tra due figure forti della tv pubblica – uno simbolo dell’inchiesta dura, l’altro di un talk show capace di mescolare cronaca e approfondimento – riflette le tensioni interne alla Rai e più in generale nel sistema mediatico italiano. Da una parte il giornalismo che indaga senza sconti, spesso pagando prezzi personali altissimi; dall’altra il racconto televisivo che ambisce a fornire “rivelazioni” in diretta, a volte anticipando o reinterpretando le indagini.
Le reazioni sui social e nel mondo politico non si sono fatte attendere. Molti hanno salutato le parole di Giletti come un passo avanti verso la verità, mentre altri hanno invitato alla cautela: le indagini sono ancora aperte e un’ipotesi di matrice camorrista, per quanto suggestiva, dovrà essere confermata da riscontri concreti. Nel frattempo, Ranucci continua a condurre Report con la consapevolezza che il suo lavoro resta nel mirino. In recenti interventi ha parlato di pressioni editoriali, tagli di risorse e tentativi di ridimensionare il programma, senza però arretrare di un passo.
L’attentato a Sigfrido Ranucci non è solo un fatto di cronaca nera. È lo specchio di un Paese in cui il giornalismo d’inchiesta paga ancora un prezzo altissimo, tra autobombe, querele strategiche e logoramenti interni. Che la pista indicata da Giletti a Lo Stato delle Cose porti a una svolta o rappresenti solo un tassello ulteriore, una cosa è certa: il silenzio non è un’opzione. Né per Ranucci, che ha scelto di continuare a fare il suo mestiere nonostante tutto, né per un sistema dell’informazione che non può permettersi di voltarsi dall’altra parte quando uno dei suoi rappresentanti viene colpito in casa propria.