El Niño torna a preoccupare gli esperti: le previsioni per un possibile evento forte nel 2026

Roma, 8 aprile 2026 – La Niña sta per lasciare il campo. Dopo mesi di acque più fredde del normale nel Pacifico equatoriale, i principali centri meteorologici mondiali registrano un rapido accumulo di calore negli strati profondi dell’oceano. È il segnale chiaro che El Niño si prepara a tornare, e stavolta con una forza che potrebbe sorprendere. La NOAA ha già emesso l’El Niño Watch: probabilità del 62% che il fenomeno si sviluppi tra giugno e agosto 2026 e che persista almeno fino alla fine dell’anno. Alcuni modelli europei, tra cui l’ECMWF, spingono ancora più in là: quasi tutti i membri dell’ensemble vedono anomalie superiori a +2°C già a metà estate, con il rischio concreto di un evento forte o addirittura “super”.
Le osservazioni satellitari e le boe oceaniche confermano il quadro: l’indice Niño 3.4 si trova ancora a -0,5°C, soglia di La Niña, ma il calore subsurface è in netta risalita. I venti alisei si stanno indebolendo e la convezione tropicale sta iniziando a spostarsi verso est. È la classica dinamica che precede El Niño: l’acqua calda si accumula al centro-est del Pacifico, altera la circolazione atmosferica globale e rimodella le precipitazioni su scala planetaria.
A livello globale, un El Niño di questa intensità non passa inosservato. Negli ultimi eventi forti ha spinto le temperature medie del pianeta verso nuovi record, favorendo ondate di calore prolungate, siccità estese in Australia, Indonesia e Corno d’Africa, e piogge torrenziali lungo le coste del Perù e dell’Ecuador. L’agricoltura ne risente pesantemente: raccolti di riso e mais a rischio in Asia, problemi per il caffè e il cacao in America Latina. Gli esperti ricordano che El Niño non crea il riscaldamento globale, ma lo amplifica. In un pianeta già più caldo di 1,5°C rispetto all’era preindustriale, ogni grado in più nel Pacifico può tradursi in eventi estremi più frequenti e intensi.
Per l’Europa e l’Italia gli effetti sono più indiretti, ma tutt’altro che trascurabili. Il legame è mediato dalla circolazione atlantica e dalla posizione del jet stream. In autunno e inverno El Niño tende a favorire condizioni più miti e umide nell’Europa meridionale, con un aumento delle perturbazioni atlantiche che possono portare piogge abbondanti sul Mediterraneo. In estate, invece, il segnale è più debole ma non assente: la probabilità di anticicloni subtropicali persistenti sale, soprattutto sul bacino del Mediterraneo. Per l’Italia questo significa rischio concreto di temperature sopra la media al Centro-Sud, con ondate di calore prolungate e periodi di siccità che aggravano la già cronica carenza idrica. Al Nord, al contrario, maggiore instabilità: contrasti termici tra masse d’aria calda e fredde possono generare temporali intensi, grandinate violente e nubifragi localizzati.
I meteorologi italiani di 3B Meteo e MeteoToscana sottolineano che l’estate 2026 non sarà “rovente per colpa di El Niño” da sola, ma il fenomeno può amplificare le anomalie già presenti per il cambiamento climatico. Il direttore del Copernicus Climate Change Service, Carlo Buontempo, ha più volte avvertito che un El Niño forte nel 2026-2027 potrebbe rendere l’anno prossimo uno dei più caldi mai registrati, con ripercussioni dirette anche sul nostro Paese: incendi boschivi più frequenti al Sud, calo delle riserve idriche e stress per l’agricoltura.
Gli scienziati seguono con attenzione proprio perché El Niño interagisce con il riscaldamento antropico. Non è un semplice “oscillazione naturale”: è un moltiplicatore di rischi. Il fenomeno si verifica ogni 2-7 anni, dura in media 9-12 mesi e raggiunge il picco tra novembre e gennaio. Stavolta il picco potrebbe arrivare tra l’inverno 2026-2027, proprio quando gli effetti sulla circolazione europea diventano più evidenti.
Nelle prossime settimane i modelli verranno aggiornati. La transizione verso condizioni neutrali è attesa entro maggio, ma il vero banco di prova sarà tra giugno e luglio. Se il calore subsurface continuerà a salire e gli alisei a indebolirsi, l’El Niño diventerà realtà. Per ora resta un’allerta, non una certezza. Ma è un’allerta seria: le autorità europee e italiane stanno già seguendo l’evoluzione per preparare settori chiave come agricoltura, gestione delle risorse idriche e protezione civile.
El Niño non è una novità, eppure ogni volta ci ricorda quanto il clima globale sia interconnesso. In un mondo che si sta scaldando, fenomeni come questo non sono più solo curiosità scientifiche: diventano fattori di rischio concreto per le nostre città, le nostre campagne e il nostro futuro. Monitorarli con attenzione non è un esercizio accademico, è una necessità.