Ilaria Salis, il controllo in hotel a Roma riaccende le divisioni: immunità europea sotto pressione

Roma, 28 marzo 2026. Poco dopo le sette e mezzo del mattino, Ilaria Salis viene svegliata nella sua stanza d’albergo vicino a Termini. Due agenti di polizia bussano alla porta senza preavviso dalla reception e chiedono i documenti. La eurodeputata di Alleanza Verdi Sinistra spiega subito di essere parlamentare europea, ma le domande continuano: parteciperà al corteo “No Kings” previsto per il pomeriggio? Custodisce oggetti particolari? Il controllo dura quasi un’ora. Non viene redatto alcun verbale. Solo dopo, dai media, Salis apprende che si trattava di un “atto dovuto” scattato su segnalazione internazionale arrivata dalla Germania, nell’ambito di accertamenti legati ai fatti di Budapest del febbraio 2023.
Il caso, in sé apparentemente di routine, ha immediatamente riaperto un dossier che sembrava congelato dall’immunità parlamentare. Ilaria Salis, eletta europarlamentare nel giugno 2024 proprio mentre si trovava agli arresti domiciliari a Budapest, aveva ottenuto a ottobre 2025 la conferma dell’immunità dal Parlamento europeo con un margine strettissimo: 306 voti contro 305. Una decisione che aveva di fatto stralciato la sua posizione nel processo ungherese, bloccando per ora qualsiasi possibilità di ritorno in aula a Budapest. Ma l’episodio romano ha riportato tutto alla ribalta, trasformando un controllo di polizia in un nuovo terreno di scontro politico.
La Questura di Roma ha chiarito che l’intervento nasceva da una nota di rintraccio Schengen emessa dai magistrati tedeschi, non da esigenze di ordine pubblico legate alla manifestazione. Nessuna perquisizione, nessuna irruzione nella camera. Solo identificazione. Eppure per Salis e per Avs il segnale è stato chiarissimo: «Un controllo preventivo di gravità inaudita», hanno denunciato Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. «Inaccettabile che un’eurodeputata dell’opposizione venga sottoposta a questo trattamento». Fratoianni ha annunciato un’interrogazione parlamentare per chiedere conto al ministro Piantedosi e ha invitato Tajani a convocare l’ambasciatore tedesco. Salis stessa, intervenendo sui social e in video, ha parlato di «regime» e di «Stato di polizia», sottolineando come l’accaduto metta a rischio le prerogative del mandato europeo e, di conseguenza, la democrazia.
Dall’altra parte, la destra non ha perso tempo. Giovanni Donzelli di Fratelli d’Italia ha depositato a sua volta un’interrogazione, ma per fare luce sulla figura di Ivan Bonnin, assistente parlamentare di Salis presente in albergo con lei. Bonnin risulta tra i condannati del 2015 a Bologna per interruzione di pubblico servizio aggravata e violenza privata. «La sinistra si sente una casta intoccabile», ha attaccato Donzelli, «anche quando gira con persone già condannate per fatti di violenza». Un modo per ricordare che la vicenda Salis non nasce dal nulla: l’attivista milanese è imputata per lesioni aggravate e partecipazione a organizzazione criminale per gli scontri avvenuti a margine della contro-manifestazione antifascista alla “Giornata dell’Onore” neonazista di Budapest, nel febbraio 2023.
Quei fatti segnarono l’inizio di una detenzione durata quindici mesi in condizioni che avevano suscitato proteste internazionali: catene in aula, celle con topi e insetti, isolamento. Immagini che avevano trasformato Salis da insegnante antifascista in simbolo per una parte del Paese. L’elezione europea le aveva restituito la libertà e una piattaforma. Ma l’immunità, pur confermata, non cancella le accuse né le indagini parallele. In Germania un’inchiesta su un gruppo di estrema sinistra tedesco (la cosiddetta Hammerbande) ha citato anche lei, pur senza contestarle reati di organizzazione eversiva.
La polarizzazione è netta. Sui social e nelle piazze una parte dell’opinione pubblica continua a vedere in Salis la vittima di una giustizia ungherese strumentalizzata dal governo Orbán e di un clima repressivo che si estenderebbe ora anche all’Italia. L’altra metà, invece, la considera un’attivista che ha scelto la strada dell’azione diretta e che oggi sfrutta il ruolo istituzionale per sottrarsi alle conseguenze. Tra i due poli, le istituzioni europee si trovano a gestire un equilibrio fragile: difendere le garanzie parlamentari senza apparire come scudo per comportamenti extralegali.
A poche settimane dall’episodio romano, la temperatura resta alta. Ilaria Salis ha ribadito di voler essere processata in Italia, convinta che solo qui possa esserci un giudizio equo. Il governo Meloni, dal canto suo, si è limitato a ribadire il rispetto delle procedure internazionali. Ma il controllo in hotel ha reso evidente una cosa: la vicenda Salis non si è chiusa con l’immunità. È diventata lo specchio di divisioni più profonde sull’antifascismo, sulla sicurezza, sul confine tra protesta e violenza, e sul ruolo che l’Italia intende giocare dentro un’Europa sempre più attraversata da tensioni ideologiche.
Quanto accaduto a Roma non è solo un controllo di polizia. È il segnale che la ferita aperta tre anni fa a Budapest continua a sanguinare, alimentando un dibattito che, al di là delle singole responsabilità penali ancora da accertare, parla dell’Italia di oggi e di come gestisce le proprie contraddizioni più laceranti.