Afrika Bambaataa se n’è andato: il padre dell’hip hop lascia un’eredità che continua a dividere il mondo

Afrika Bambaataa è morto. Il pioniere che ha trasformato il Bronx in un laboratorio di suoni globali, l’uomo che con «Planet Rock» ha fatto ballare il pianeta intero, se n’è andato ieri, 9 aprile 2026, a 68 anni, in Pennsylvania, per complicazioni di un cancro alla prostata. La notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno per chi, da decenni, vede in lui non solo un DJ ma il vero architetto della cultura hip hop. Eppure, insieme al cordoglio, è riemerso subito quel nodo che nessuno, nel mondo della musica nera, ha mai davvero sciolto: come si celebra un genio quando il suo nome è legato a ombre pesantissime?
Lance Taylor, questo il suo vero nome, nasce nel Bronx il 17 aprile 1957. Negli anni Settanta, mentre il quartiere brucia tra gang e povertà, lui prende i giradischi e cambia tutto. Trasforma la Black Spades, una delle crew più temute, nella Universal Zulu Nation: non più violenza, ma pace, amore, unità e divertimento. È lui, insieme a Kool Herc e Grandmaster Flash, a inventare la breakbeat, a mescolare funk, soul e elettronica. «Planet Rock», uscita nel 1982 con i Soulsonic Force, non è solo un brano: è il manifesto dell’electro-funk che apre le porte all’hip hop mondiale. Da lì in poi Bambaataa diventa il “Godfather”, l’Amen Ra della cultura hip hop, colui che porta il messaggio Zulu in ogni angolo del pianeta.
Ma negli ultimi anni il suo nome ha smesso di essere solo sinonimo di rivoluzione. Nel 2016, dopo le prime accuse pubbliche di abusi sessuali su minori risalenti agli anni Settanta e Ottanta, Bambaataa lascia la guida della Zulu Nation. Più uomini raccontano storie simili: grooming, violenza, sfruttamento quando loro erano adolescenti e lui già una star. Lui ha sempre negato tutto, definendo le accuse «infondate e vili». Nel 2025 perde in tribunale una causa civile per default judgment: non si presenta in aula, e il giudice dà ragione al querelante che lo accusava di abusi e traffico sessuale tra il 1991 e il 1995, quando la vittima aveva solo 12 anni. Il silenzio di Bambaataa, negli ultimi mesi, era diventato quasi totale.
Ora che se n’è andato, la comunità hip hop si trova di fronte a un bivio doloroso. Da una parte ci sono i pionieri come Kurtis Blow e la Hip Hop Alliance che ricordano il suo ruolo fondamentale nella nascita del movimento: «Ha dato voce a una generazione dimenticata». Dall’altra, attivisti e sopravvissuti chiedono di non cancellare le accuse solo perché è morto. Melle Mel, anni fa, aveva detto chiaro: «Lo sapevamo tutti». E oggi, sui social e nei post delle testate internazionali, il dibattito è lo stesso: si può separare l’artista dall’uomo? Si può ballare ancora «Renegades of Funk» senza sentire quel peso?
In Italia, dove Bambaataa è sempre stato idolatrato da chi ha vissuto l’hip hop anni Ottanta e Novanta, la notizia arriva con lo stesso doppio sentimento. Enzo Avitabile lo aveva intervistato proprio per raccontare quell’energia unica. Le radio e i club che per decenni hanno suonato i suoi dischi ora si trovano a scegliere: omaggiare il pioniere o ricordare anche le ferite che ha lasciato?
Afrika Bambaataa non è il primo gigante della musica a morire lasciando dietro di sé un’eredità complicata. Ma nel caso dell’hip hop, cultura nata proprio per dare dignità a chi non ne aveva, il contrasto brucia di più. Il ragazzo del Bronx che ha trasformato la rabbia in ritmo globale è anche l’uomo accusato di aver tradito proprio quei giovani che diceva di voler proteggere.
La sua morte non chiude il capitolo. Lo riapre, più scomodo che mai. E mentre i beat di «Planet Rock» continuano a girare nei club di mezzo mondo, resta una domanda che l’hip hop dovrà affrontare, prima o poi: come si onora un padre quando si scopre che ha fatto del male ai suoi figli? La risposta, come sempre, la scriveranno le nuove generazioni. Quelle che oggi ballano sui suoi dischi sapendo tutto, e che forse, proprio per questo, sceglieranno di ricordare senza dimenticare.