Alexander Zverev sta crollando in silenzio: a Montecarlo vince ma è già un fantasma di se stesso

Montecarlo, 10 aprile 2026. Alexander Zverev ha appena infilato la racchetta nella borsa dopo aver battuto Zizou Bergs in due set, eppure la sua faccia non è quella di uno che ha appena centrato i quarti di finale. Sorride a denti stretti, parla di “livello non ancora lì”, ammette che era la prima partita sulla terra dopo undici mesi. Sembra quasi stupito di essere ancora in piedi. E mentre tutti festeggiano il suo passaggio del turno, nessuno ha il coraggio di dirlo ad alta voce: Sascha non sta giocando a tennis. Sta sopravvivendo. E questa sopravvivenza sta diventando la sua prigione più grande.
Tutti i siti, tutti i tg, tutti i profili Instagram del circuito raccontano la solita storia: Zverev numero 3 del mondo, resiliente, che rimonta contro Garin al secondo turno e liquida Bergs al terzo. “Forma positiva dopo Miami”, “pronto per la terra”, “esperienza che paga”. La narrazione è sempre quella del tedesco solido, del quasi-campione che alla fine trova sempre il modo di arrivare in fondo. Ma è una bugia comoda. Perché dietro i risultati c’è un uomo che non crede più fino in fondo a quello che sta facendo.
Ecco l’angolo che nessuno sta toccando. Alexander Zverev sta vivendo una crisi psicologica che non ha niente a che vedere con il dritto o con la seconda di servizio. Dopo la sconfitta contro Sinner a Miami – una partita che lui stesso ha definito “più vicina di quanto dica il punteggio” – è arrivato a Montecarlo confessando apertamente di non essere ancora al livello. Eppure avanza. Non con la ferocia di un tempo, ma con una sorta di rassegnata professionalità. È lo stesso uomo che a gennaio spaccava racchette all’United Cup, lo stesso che mesi fa parlava di solitudine profonda, di sentirsi “vuoto” e di aver bisogno forse di terapia. Il passato – quelle accuse che ancora aleggiano come un’ombra ogni volta che il suo nome finisce sui giornali – non se n’è mai andato davvero. E ora, mentre Sinner e Alcaraz volano a velocità supersonica, Zverev sembra intrappolato in un loop mentale: sa di avere il gioco per vincere, ma dentro di sé ha già iniziato a dubitare di meritarselo.
È questo il vero dramma che il tennis italiano dovrebbe osservare con attenzione. Perché qui a Montecarlo, a due passi da casa nostra, si sta consumando il passaggio di consegne. Jannik Sinner ha appena umiliato mezza top ten sull’hard, Alcaraz domina sulla terra, e Zverev – quello che per anni è stato presentato come il terzo incomodo destinato a sfondare – ora lotta contro se stesso prima ancora che contro gli avversari. La sua aggressività nuova di zecca, quella che dice di aver lavorato tanto, sembra più un tentativo disperato di convincersi che un problema di testa che una vera evoluzione.
Perché questo conta proprio adesso? Perché la stagione sulla terra è appena iniziata e Montecarlo è solo il riscaldamento. Tra poche settimane arriva Roma, poi Parigi. E lì non basterà più “sopravvivere”. Lì si decide se Zverev resterà per sempre il numero 3 eterno o se diventerà l’ennesimo talento sprecato che ha sfiorato la gloria senza mai afferrarla. Per i tifosi italiani, che vivono il tennis con il cuore oltre che con gli occhi, è un momento chiave: Sinner ha già preso il testimone, ma Zverev rappresenta ancora quel confine fragile tra la vecchia guardia e la nuova era.
Su X e nei commenti sotto i video delle partite la spaccatura è netta. C’è chi lo difende: “È l’unico che tiene testa ai due mostri, ha carattere”. E chi lo attacca senza pietà: “Finito mentalmente, vince solo perché gli altri sbagliano”. Sotto sotto, però, serpeggia un sentimento strano: quasi compassione. Come se tutti sapessero che questo ragazzo di 28 anni sta combattendo una battaglia molto più grande di un quarto di finale a Montecarlo. E che, se non la vince dentro la sua testa, nessuna racchetta al mondo potrà aiutarlo.
Alexander Zverev non è finito. Ma è in bilico. E la domanda che resta sospesa, mentre domani affronterà Joao Fonseca, è una sola: quanto tempo ancora riuscirà a ingannare se stesso prima che il tennis lo costringa a guardarsi davvero allo specchio?