Alessandro Orsini: il professore che ha capito tutto prima degli altri, ma che l’Italia continua a odiare per questo

Alessandro Orsini

Ogni volta che Alessandro Orsini apre bocca, l’Italia si divide in due: chi lo applaude come l’unico voce libera rimasta e chi lo attacca come il “putiniano” di turno. Sociologo del terrorismo alla Luiss, esperto di sicurezza internazionale, ospite fisso dei talk show, Orsini non è solo un opinionista. È diventato lo specchio scomodo di un Paese che non vuole guardarsi davvero in faccia. Mentre tutti ripetono la narrazione ufficiale, lui continua a dire ciò che molti pensano ma nessuno osa pronunciare ad alta voce. E questo, in Italia, si paga caro.

I media mainstream lo dipingono sempre allo stesso modo: il professore “controverso”, l’intellettuale filorusso, il polemista che ama la provocazione. Si parla delle sue critiche alla Nato, delle sue analisi sulle responsabilità occidentali nell’escalation ucraina, delle petizioni di solidarietà quando la Luiss prese le distanze da lui, del contratto Rai annullato da duemila euro a puntata. Si ripete ossessivamente che le sue tesi sono “estreme”, che confonde fatti e opinioni, che sfrutta il malcontento per visibilità. Ma dopo anni di apparizioni, libri come “Casa Bianca-Italia” e dirette su Sicurezza Internazionale, la vera domanda resta sospesa: e se Orsini non stesse semplicemente provocando, ma stesse rivelando qualcosa di profondo sulla nostra sudditanza culturale e mediatica?

L’angolo che nessuno vuole esplorare davvero è questo: Alessandro Orsini non è un semplice dissidente. È il prodotto paradossale di un sistema che lui stesso denuncia. Napoletano trapiantato nelle Marche, ex cameriere che si è mantenuto agli studi, accademico con soggiorni al Mit, consulente di ministeri e poi diventato star televisiva proprio mentre smontava la narrazione atlantista. La sua forza non sta solo nelle previsioni azzeccate o nelle critiche alla “corruzione dell’informazione di uno Stato satellite”. Sta nella capacità di trasformare la sociologia in arma retorica: usa dati, storia e logica per far emergere il disagio di quella parte d’Italia che si sente tradita dall’allineamento automatico a Washington, che vede l’Europa come un vaso di coccio tra due giganti, che percepisce la guerra in Ucraina non come una crociata morale ma come un conflitto tragico nato anche da errori strategici occidentali.

Psicologicamente, Orsini incarna il classico “eretico di sistema”: uno che conosce le regole del gioco accademico e mediatico perché le ha giocate dall’interno, e ora le usa per smascherarle. Non è un ingenuo idealista. Sa esattamente quali tasti premere per scatenare reazioni, come ha ammesso lui stesso in un’intervista: «Sono un esperto in rivoluzioni e repressioni». Ma dietro questa abilità c’è anche una solitudine intellettuale. Mentre gran parte della classe dirigente italiana ha scelto la via comoda dell’allineamento, Orsini continua a pagare il prezzo della coerenza: oscuramenti su Wikipedia, querele, attacchi personali, persino ironie sulla sua vita a San Benedetto del Tronto tra bar e partite di pallone. Eppure non si ferma. Continua a pubblicare, a fare dirette gratuite, a scrivere che l’informazione italiana soffre di una “profonda sudditanza opportunistica” agli Usa.

Perché questa figura conta proprio oggi? Perché con Trump di nuovo alla Casa Bianca, con l’Europa in crisi di identità e l’Italia che naviga tra atlantismo e pragmatismo mediterraneo, le domande che Orsini pone da anni diventano urgenti: siamo davvero pronti a pagare qualsiasi prezzo per una fedeltà atlantica che non sempre ci protegge? La nostra informazione è libera o è solo un megafono di interessi esterni? E soprattutto: in un mondo multipolare, l’Italia può permettersi di pensare con la propria testa o deve continuare a recitare il ruolo di “Stato satellite”?

Su social e tra i commenti dei suoi video, il divario è netto. I sostenitori lo chiamano “prof” con affetto, lodano la sua schiettezza e la capacità di prevedere scenari che altri negavano. I detrattori lo accusano di disinformazione, di minimizzare le responsabilità russe, di fare il gioco di Putin. Ma sotto le insulti e gli applausi c’è un subtesto più inquietante: tanti italiani si riconoscono nel suo disagio verso un mainstream che sembra imporre un solo pensiero accettabile. Orsini non crea il malcontento. Lo rende visibile. E questo, per chi ha costruito la propria carriera sull’uniformità, è pericoloso.

Alla fine resta una domanda scomoda, che pochi osano porsi: Alessandro Orsini sta semplicemente usando la tv per farsi notare, o è diventato il sintomo di una frattura culturale più ampia che l’Italia preferisce ignorare? Se lo zittiamo o lo riduciamo a “polemista”, rischiamo di perdere non solo una voce, ma la possibilità di confrontarci con le nostre contraddizioni più profonde. In un’epoca di guerre ibride e propaganda sofisticata, forse serve proprio un sociologo napoletano con il piumino rosso per ricordarci che pensare contro corrente non è tradimento. È sopravvivenza intellettuale.

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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