Crisi energetica, allarme del Fondo Monetario Internazionale: shock come nel 1974, Pil italiano tagliato allo 0,5%

Roma, 15 aprile 2026 – Il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato un allarme chiaro sulla crisi energetica globale, paragonando l’attuale shock a quello del 1974 e tagliando le stime di crescita per l’Italia e per l’intera economia mondiale. L’aggiornamento del World Economic Outlook, diffuso ieri a Washington in occasione degli Spring Meetings con la Banca Mondiale, arriva mentre le tensioni nel Medio Oriente, con il protrarsi del conflitto in Iran, rischiano di provocare la più grave crisi energetica dei tempi moderni.
Secondo il Fmi, la crescita globale per il 2026 è stata rivista al ribasso al 3,1%, due decimali in meno rispetto alle proiezioni di gennaio. Nel caso di un prolungamento delle ostilità con danni estesi alle infrastrutture energetiche e possibili chiusure dello Stretto di Hormuz, lo scenario peggiore porterebbe il Pil mondiale sotto il 2%, sfiorando una recessione globale. L’istituzione di Washington sottolinea che l’aumento dei prezzi di petrolio e gas sta già sottraendo 0,6 punti percentuali alla crescita nel 2026 e altri 0,5 nel 2027, con un’inflazione globale attesa al 4,4% quest’anno.
Per l’Italia il quadro è particolarmente preoccupante. Il Fondo ha limato le previsioni di Pil allo 0,5% sia per il 2026 sia per il 2027, 0,2 punti in meno rispetto alle stime precedenti. Un rallentamento più marcato rispetto alla media dell’Eurozona, che scende all’1,1% nel 2026. La dipendenza energetica del nostro Paese, ancora elevata nonostante gli sforzi di diversificazione avviati dopo il 2022, amplifica l’impatto dello shock. I prezzi dell’energia, già sotto pressione per le turbolenze geopolitiche, rischiano di alimentare ulteriormente l’inflazione e di erodere il potere d’acquisto delle famiglie.
L’analisi del Fmi mette in evidenza come l’economia europea sia la più esposta tra le aree avanzate. La guerra in Medio Oriente ha arrestato lo slancio di ripresa che si intravedeva all’inizio dell’anno: senza il conflitto, la crescita globale sarebbe stata rivista al rialzo al 3,4%. Invece, l’aumento dei costi energetici si traduce in maggiore pressione sui bilanci delle imprese manifatturiere, in particolare quelle energivore come chimica, siderurgia e meccanica, settori chiave per l’export italiano. Le famiglie, dal canto loro, dovranno fare i conti con bollette più care e con un’inflazione che torna a mordere dopo un periodo di relativa calma.
Il direttore del dipartimento di ricerca del Fmi, Pierre-Olivier Gourinchas, ha descritto la situazione come un passaggio da una fase di faticosa ripresa a una di estrema incertezza dominata dal rischio energetico. Lo shock attuale viene equiparato a quello degli anni Settanta non solo per la portata, ma per le ripercussioni sistemiche: inflazione persistente, minore crescita potenziale e necessità di interventi rapidi di politica economica. In Italia, dove il debito pubblico resta elevato, questi fattori limitano lo spazio di manovra per misure di sostegno.
Sul fronte dei mercati, la reazione è stata di cautela. I futures sul gas e sul petrolio hanno registrato nuovi rialzi nelle ultime ore, mentre lo spread tra Btp e Bund si è leggermente allargato, riflettendo le preoccupazioni degli investitori sull’impatto sui conti pubblici italiani. Tra i consumatori cresce il timore di un ritorno alle difficoltà vissute nel 2022-2023, quando la crisi energetica legata alla guerra in Ucraina aveva già messo a dura prova i bilanci familiari e le imprese.
L’allarme del Fondo Monetario Internazionale arriva in un momento in cui l’Europa sta ancora completando la transizione verso fonti rinnovabili e la diversificazione delle forniture. Critici interni sottolineano che la preparazione strutturale resta insufficiente: la dipendenza da importazioni, soprattutto di gas liquefatto, espone il continente a shock esterni che si traducono rapidamente in minori investimenti e in una perdita di competitività. In Italia, il governo ha già annunciato una revisione al ribasso delle stime di crescita ufficiali, riconoscendo che i fattori esterni, in primo luogo energetici, pesano più del previsto.
Nelle prossime settimane l’attenzione si sposterà sull’evoluzione del conflitto in Medio Oriente. Se le ostilità dovessero attenuarsi rapidamente, l’impatto potrebbe rimanere limitato e temporaneo, con un recupero della crescita già nel secondo semestre. Ma se il blocco delle rotte strategiche si prolungasse, il Fmi non esclude un effetto trascinamento che potrebbe durare fino a metà 2027, con conseguenze pesanti su inflazione, occupazione e investimenti. Gli esperti del Fondo invitano i governi a rafforzare le riserve strategiche, accelerare la transizione green e coordinare le politiche a livello europeo per mitigare i rischi.La crisi energetica torna così al centro del dibattito economico globale, ricordando quanto la stabilità dei prezzi dell’energia sia un prerequisito per qualsiasi prospettiva di crescita sostenibile. Per l’Italia, che esce da anni complessi segnati da alta inflazione e rallentamento produttivo, le nuove stime del Fmi rappresentano un monito: senza interventi strutturali e una maggiore resilienza del sistema energetico, il rischio di un nuovo ciclo di incertezza resta concreto. Le prossime settimane diranno se lo shock resterà controllato o se, come nel 1974, segnerà un punto di svolta per l’economia mondiale.
