Carlo Cottarelli: «Senza tagli l’Italia non riparte» ma la politica? «Ho chiuso» – il predicatore che inquieta il Palazzo

Carlo Cottarelli ha scelto le pagine del Corriere per lanciare un messaggio che suona come un campanello d’allarme in piena primavera 2026. «Senza tagli l’Italia non ripartirà», ha detto senza giri di parole nell’intervista di otto giorni fa. E ha aggiunto di aver chiuso, per ora, con la politica: niente rientri in vista, solo il ruolo di «predicatore dell’economia» tra scuole, teatri e parrocchie. Parole che arrivano mentre il Documento di Finanza Pubblica sta per chiarire i conti del governo e l’Italia naviga tra tensioni geopolitiche che rischiano di far schizzare i prezzi energetici.
Tutti i giornali e i tg hanno ripreso la stessa immagine: l’ex commissario alla spending review, ex senatore, ex candidato premier per quattro giorni nel 2018, che ora gira l’Italia con oltre mille incontri alle spalle per spiegare l’economia in modo semplice. L’ultimo libro, L’Economia Facile, in uscita per Solferino, è il pretesto perfetto. Cottarelli racconta di essere fermato ovunque – Costa Volpino in Val Camonica come a un teatro di provincia – e di rispondere a domande che partono dal prezzo della benzina fino al perché lo Stato non risolva tutto. La sua tesi è chiara: le tasse si tagliano solo riducendo la spesa pubblica, non promettendo miracoli senza copertura. Non è tecnica, è politica. E per farla serve un mandato popolare che finora nessuno ha chiesto davvero.
Ma la vera storia dietro queste parole va oltre il libro e le conferenze. Cottarelli parla da direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici della Cattolica, da osservatore che ha visto da vicino il Fondo Monetario e la Banca d’Italia. Il suo messaggio arriva in un momento delicatissimo: l’incertezza sul Medio Oriente, il rischio di petrolio a 200 dollari, la fragilità energetica che lui stesso ha analizzato pochi giorni prima in un suo articolo sul Corriere. L’economista non attacca il governo Meloni, ma ricorda che la prudenza sui conti paga solo se accompagnata da riforme vere. E qui emerge la contraddizione: lui dice di aver chiuso con la politica, eppure continua a divulgare idee che suonano come un richiamo all’ordine per chi governa. È indipendenza o è un modo diverso di esercitare influenza?
Il timing non è casuale. L’Italia esce da anni di Pnrr e inflazione, con un debito che resta un macigno e una pressione fiscale tra le più alte d’Europa. Cottarelli lo ripete da otto anni e mezzo: non ci si può lamentare dello Stato se poi ci si aspetta che risolva tutto. In America, dice, c’è la frase di Kennedy: «Non chiederti cosa può fare il Paese per te». Da noi i talk show sono pieni di politici e la gente guarda allo Stato come a un’entità astratta. Il suo “predicare” nelle parrocchie e nei circoli Acli è un tentativo di cambiare questa cultura, partendo dal basso. Ma proprio per questo pesa di più: perché arriva da chi ha visto i numeri da vicino e sa che senza tagli strutturali il declino è inevitabile, con i giovani più bravi che continuano a lasciare il Paese.
Per i cittadini questo discorso non è astratto. Significa capire se le prossime elezioni porteranno finalmente qualcuno disposto a dire la verità sulle tasse o se si continuerà con promesse a costo zero. Significa chiedersi se il Documento di Finanza Pubblica sarà l’ennesimo esercizio di equilibrismo o l’inizio di una svolta. E per l’economia italiana, ancora troppo dipendente da idrocarburi e da shock esterni, significa che la finestra per investire in rinnovabili e nucleare si sta chiudendo mentre il mondo resta imprevedibile.
Sui social e nei talk la reazione è polarizzata. C’è chi lo applaude come l’ultima voce credibile, il tecnico che non cerca poltrone. C’è chi lo accusa di essere sempre lo stesso “austerity man”, fuori dal tempo dopo anni di governi che hanno preferito altro. Eppure nessuno nega la sua coerenza: da commissario Letta-Renzi a senatore Pd fino a oggi, Cottarelli non ha mai cambiato registro. La sua credibilità resta alta proprio perché non chiede voti. Ma è proprio questo il paradosso: un predicatore senza partito che influenza il dibattito più di tanti politici in carica.
Resta la domanda più scomoda. In un’Italia che deve decidere come affrontare la prossima crisi energetica e i conti pubblici fragili, l’appello di Cottarelli al realismo sarà ascoltato o finirà archiviato come l’ennesima lezione da economista? Lui dice di aver chiuso con la politica. Ma la politica, e soprattutto gli italiani, forse non hanno ancora chiuso con lui. E mentre il Paese aspetta il Documento di Finanza Pubblica, il predicatore continua il suo giro tra scuole e teatri. Con la speranza, forse, che qualcuno prima o poi raccolga il messaggio. O che, come ripete lui stesso, decidiamo finalmente di fare qualcosa prima che il declino diventi inevitabile.
