Stretto di Bab el-Mandeb sotto pressione: il Mar Rosso rischia di diventare il nuovo collo di bottiglia del mondo

Il mondo del commercio globale trattiene il fiato. Mentre lo Stretto di Hormuz resta parzialmente bloccato dalle tensioni dirette tra Iran, Stati Uniti e Israele, un altro passaggio strategico – lo stretto di Bab el-Mandeb, porta meridionale del Mar Rosso – è tornato al centro delle preoccupazioni internazionali. Le minacce degli Houthi yemeniti, legati all’Iran, di riprendere attacchi contro le navi commerciali o addirittura di chiudere il passaggio hanno riacceso l’allarme su uno dei punti più delicati delle rotte marittime mondiali. Un singolo stretto di appena 32 chilometri nel punto più stretto può decidere il destino di migliaia di navi, del prezzo del petrolio e dell’inflazione in Europa e Asia.
Bab el-Mandeb, il cui nome arabo significa “Porta delle Lacrime”, collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi all’Oceano Indiano. È la via obbligata per chi vuole raggiungere il Canale di Suez e da lì il Mediterraneo. Prima delle crisi recenti transitavano qui circa il 12% del commercio marittimo mondiale e milioni di barili di petrolio al giorno. Quando gli Houthi, nel 2023-2025, avevano intensificato gli attacchi con droni e missili, le grandi compagnie di navigazione avevano deviato le rotte intorno al Capo di Buona Speranza, aggiungendo 10-14 giorni di viaggio, consumi extra di carburante e costi assicurativi esplosi. Ora, con l’escalation nel conflitto più ampio che coinvolge l’Iran, il rischio di un nuovo blocco si fa concreto.
Le dichiarazioni degli Houthi non lasciano spazio a dubbi: il gruppo ha minacciato di chiudere lo stretto se l’aggressione contro l’Iran o il Libano dovesse aggravarsi ulteriormente, o se gli Stati arabi del Golfo dovessero intervenire direttamente. Non si tratta di parole vuote. Già in passato gli Houthi hanno dimostrato di poter colpire navi con mezzi asimmetrici a basso costo, costringendo le marine occidentali a spendere miliardi in operazioni di scorta e intercettazione. L’esperienza del Mar Rosso ha insegnato che anche una minaccia percepita basta a far deragliare i piani delle compagnie: Maersk, Hapag-Lloyd e CMA CGM hanno già sospeso o ridotto i transiti, preferendo la rotta più lunga e costosa attorno all’Africa.
Le conseguenze economiche si fanno sentire a cascata. Il raddoppio dei tempi di viaggio significa ritardi nelle catene di approvvigionamento, maggiori costi per le imprese e, inevitabilmente, prezzi più alti per i consumatori. Il petrolio, in particolare, subisce pressioni: con Hormuz già sotto stress, un’ulteriore riduzione del flusso attraverso Bab el-Mandeb costringerebbe a ridistribuire volumi enormi su rotte alternative, con il rischio di picchi nei listini energetici. Le compagnie di assicurazione, già scottate dall’esperienza passata, alzano i premi o rifiutano coperture per le navi che si avvicinano alla zona. Gli armatori, dal canto loro, devono scegliere tra sicurezza e efficienza economica, una decisione che alla fine ricade sempre sui bilanci delle famiglie e delle aziende in tutto il mondo.
Ma al di là dei numeri c’è una questione strategica più profonda. Gli stretti come Bab el-Mandeb o Hormuz rappresentano i veri punti vulnerabili della globalizzazione. Sono luoghi dove la geografia impone regole ferree: pochi chilometri di acqua controllati da attori locali possono paralizzare rotte che muovono trilioni di dollari. In un’epoca di tensioni multipolari, questi “chokepoints” diventano armi potenti nelle mani di chi li controlla o li minaccia. L’Iran, attraverso i suoi alleati, ha dimostrato di saper sfruttare questa leva con efficacia chirurgica, costringendo le potenze occidentali a scelte difficili tra deterrenza militare e costi economici insostenibili.
Le marine internazionali – americana, europea, con operazioni come Prosperity Guardian e Aspides – hanno già investito risorse enormi per proteggere il traffico nel Mar Rosso, ma i risultati restano parziali. La deterrenza funziona solo fino a un certo punto quando il nemico può colpire con droni low-cost da terraferma. Nel frattempo, i paesi del Golfo cercano alternative: l’Arabia Saudita ha aumentato i flussi attraverso i porti sul Mar Rosso, ma anche queste rotte dipendono dalla stabilità di Bab el-Mandeb.
Il paradosso è evidente. Un passaggio che dovrebbe essere una semplice autostrada del mare si è trasformato in un fronte geopolitico. Ogni nave che decide di transitarvi oggi lo fa con un calcolo di rischio che include non solo il meteo o la pirateria tradizionale, ma la possibilità concreta di un missile o di un drone. E mentre i governi discutono di nuove alleanze navali e di deterrenza rafforzata, le imprese e i consumatori pagano già il prezzo dell’incertezza.Il Mar Rosso e il suo stretto meridionale ricordano a tutti una verità scomoda: nel mondo interconnesso di oggi, la sicurezza globale dipende da punti geografici minuscoli ma decisivi. Un solo stretto sotto pressione può rallentare il commercio, far salire i prezzi dell’energia e rimettere in discussione equilibri che sembravano consolidati. Per ora il passaggio resta aperto, ma la tensione è palpabile. E in questi casi, la percezione del rischio conta quasi quanto la realtà dei fatti. Il mondo guarda con apprensione a Bab el-Mandeb, sapendo che da lì potrebbe partire un nuovo shock per l’economia globale.
