Lino Banfi commosso al Bif&st: standing ovation e lacrime per l’icona che ha fatto ridere l’Italia intera

BARI – Il Teatro Petruzzelli era gremito fino all’ultimo posto quando Lino Banfi è salito sul palco il 28 marzo scorso. Non era una prima qualunque, ma la chiusura del Bif&st 2026, e l’attore pugliese ha ricevuto il Premio Arte del Cinema tra un’ovazione che non finiva più. Lui, con la sua ironia tagliente di sempre, ha guardato la platea in piedi e ha detto: «Come la devo considerare questa, una standing ovation? Allora sto in piedi anch’io, per rispetto a chi si è alzato». Poi la voce gli si è rotta. E in quel momento, davanti a centinaia di persone, l’Italia ha rivisto il Nonno Libero di “Un medico in famiglia”, l’allenatore Oronzo Canà, il maresciallo che ha fatto ridere generazioni intere.
Lino Banfi non è solo un attore. È un pezzo di storia della commedia italiana, di quella che si guardava in famiglia la domenica pomeriggio, di quelle risate che univano nonni, genitori e figli davanti alla tv. A quasi 90 anni – li compirà il 9 luglio – continua a emozionare come pochi. L’incontro barese non era una semplice premiazione: era un omaggio alla sua carriera lunga sessant’anni, alla sua Puglia che non ha mai dimenticato e a quel dialetto che usa ancora come arma di difesa e di tenerezza.
Il pubblico lo ha applaudito per minuti interi. Banfi ha ripercorso la sua vita con la solita autoironia: dagli esordi difficili al successo travolgente degli anni Settanta e Ottanta, dai film cult come “Vieni avanti cretino” fino al piccolo schermo che lo ha reso immortale. E ha annunciato due regali per i suoi 90 anni: il documentario “Lino d’Italia. Storia di un itALIENO” di Marco Spagnoli, che andrà in onda su Rai 1 proprio il giorno del suo compleanno, e il libro autobiografico “90, non mi fai paura!” in uscita il 28 aprile per HarperCollins.
Ma quello che ha colpito di più è stato il tono. Non il rimpianto di chi guarda indietro, ma la lucidità di chi sa ancora stupirsi. Ha parlato dei social che «rovinano le famiglie», del rispetto per il pubblico di una volta, della gavetta che oggi tanti giovani influencer non vogliono più fare. Parole da nonno vero, non da personaggio. E proprio per questo la gente lo ama ancora: perché Lino Banfi non recita la parte del vecchietto simpatico. Lo è.
In questi giorni i social sono pieni di video del Petruzzelli. Commenti affettuosi di chi ha rivisto in lui il nonno o il padre, di chi da piccolo rideva con “L’allenatore nel pallone” e oggi lo rivede con gli occhi di chi ha cresciuto figli a sua volta. C’è chi scrive «grazie per averci fatto ridere quando ne avevamo bisogno», chi posta le vecchie foto di famiglia con la tv accesa su Canale 5. La commedia italiana, quella leggera ma mai banale, ha trovato in lui un simbolo che non invecchia.
Eppure Banfi non si ferma. Continua a lavorare, a scherzare, a commuoversi. La sua Puglia lo celebra come un figlio prediletto: da Andria a Bari, passando per San Severo dove è cittadino onorario. È l’italiano medio che ce l’ha fatta senza mai perdere l’umiltà, quello che ha trasformato il dialetto in arte e il sorriso in professione.
Mentre si avvicina il traguardo dei 90 anni, l’Italia si accorge che certi volti non passano mai di moda. Non perché sono eterni, ma perché rappresentano qualcosa che resta: la capacità di ridere anche quando la vita fa sul serio. Lino Banfi, con la sua ovazione barese ancora negli occhi, ci ricorda che la vera grandezza sta nel saper restare se stessi. E nel far ridere, sempre, senza prendersi troppo sul serio.
Il Bif&st ha chiuso i battenti, ma la sua standing ovation continua a girare. Perché certi artisti non si applaudono solo una sera. Si portano nel cuore per sempre.
