Addio a Oscar Schmidt: morto a 68 anni la Mano Santa che ha incantato l’Italia e riscritto la storia del basket

Il basket mondiale è in lutto. Oscar Schmidt se n’è andato ieri, 17 aprile 2026, a 68 anni, a Santana de Parnaíba, nella periferia di San Paolo. Una lunga battaglia contro un tumore al cervello, diagnosticato nel 2011 e affrontato per quindici anni con la stessa tenacia con cui infilava triple da metà campo, si è conclusa in ospedale dopo un malore improvviso. La famiglia ha confermato la notizia con un comunicato carico di dolore e orgoglio: «Per oltre 15 anni Oscar ha affrontato la sua battaglia con coraggio, dignità e resilienza, rimanendo un esempio di determinazione, generosità e amore per la vita».
In Italia, dove è arrivato nel 1982 chiamato dalla Snaidero e dove è diventato leggenda assoluta con la Juvecaserta – vincendo la Coppa Italia e trascinando la squadra in due finali scudetto – la notizia ha colpito come un canestro da dietro la linea dei tre punti. La “Mano Santa”, come lo chiamavano i brasiliani, ha lasciato un segno indelebile sul nostro campionato: 13.957 punti in Serie A, media spaventosa di 34,6 a partita, record di partite con oltre 50 punti segnati da uno straniero. A Caserta è ancora un eroe popolare, la maglia numero 18 ritirata, la città che gli ha dato la cittadinanza onoraria. Ieri sera i tifosi della JuveCaserta hanno acceso fiaccole fuori dal PalaMaggiò: «Grazie Oscar, ci hai fatto sognare quando il basket italiano era ancora da scoprire».
Ma Oscar Schmidt non è stato solo un fenomeno italiano. È stato, e resterà, uno dei più grandi realizzatori della storia del basket mondiale. 49.737 punti in carriera ufficiale, record assoluto fino a quando LeBron James lo ha superato il 22 novembre 2024. Cinque Olimpiadi con il Brasile (da Mosca 1980 ad Atlanta 1996), 1.093 punti totali, primato imbattuto. Capocannoniere alle Olimpiadi di Seul 1988 con 42,3 di media, record di 55 punti in una singola partita contro la Spagna. Quattro Mondiali, sempre da protagonista. Unico brasiliano nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame (2013), prima FIBA Hall of Fame (2010) e poi Italia Basket Hall of Fame (2017). Numeri che farebbero impallidire chiunque, eppure la sua storia resta quella del più grande giocatore che non ha mai giocato in NBA.
E qui si apre il capitolo che da sempre divide gli appassionati: perché Oscar ha detto no alla NBA? Draftato dai Nets nel 1984, scelse di restare fedele alla nazionale brasiliana in un’epoca in cui l’NBA vietava la doppia militanza. «Se fossi andato in America sarei stato tra i migliori dieci di sempre», aveva detto senza rimpianti al momento dell’ingresso nella Hall of Fame. Una scelta che gli è costata visibilità globale ma gli ha regalato una carriera da nomade vincente: Italia, Spagna, Brasile, sempre da capocannoniere. In un basket sempre più americano-centrico, Schmidt rappresenta il sogno di chi ha preferito l’amore per la maglia e per il gioco puro alla gloria a stelle e strisce. Ieri sui social italiani e brasiliani è esploso il dibattito: «Il più grande a non aver mai giocato NBA». «LeBron ha battuto il suo record, ma Oscar ha giocato contro difese vere, senza regole protettive».
La sua carriera è stata un inno alla longevità e alla passione: 29 anni da professionista, dal 1974 al 2003. In Italia ha fatto innamorare intere generazioni di ragazzini che copiavano il suo tiro in sospensione con il polso morbido, quello che sembrava accarezzare il ferro prima di cadere dentro. A Pavia, dopo Caserta, ha continuato a segnare come se il tempo non passasse. Poi il rientro in Brasile, l’addio sul campo, la vita da ambasciatore del basket. E la malattia, affrontata a testa alta, senza mai chiedere pietà. Nel 2022 aveva annunciato di aver sconfitto il tumore per la seconda volta: «Ho battuto due volte il cancro, pure nel basket prendevamo tanti farmaci», aveva scherzato in un’intervista al Corriere della Sera, con quella ironia tipica di chi ha visto tutto.
Oggi il mondo del basket piange un gigante. Dalla FIBA alla NBA, dai club italiani alla nazionale brasiliana, i messaggi di cordoglio si moltiplicano. Ma in Italia il dolore è più intimo. Perché Oscar non era solo un campione straniero: era uno di noi, quello che riempiva i palazzetti quando il basket da noi era ancora una passione di nicchia. I tifosi di Caserta, di Pavia, di tutta la Serie A degli anni ’80 e ’90 lo ricorderanno con il groppo in gola. La Mano Santa ha smesso di tirare, ma i suoi canestri restano lì, impressi nella memoria di chi lo ha visto giocare e di chi ha ascoltato le sue gesta raccontate come leggende.
Oscar Schmidt lascia la famiglia, lascia il Brasile orfano del suo più grande sportivo dopo Pelé, lascia l’Italia con un debito di gratitudine eterno. Il basket perde un poeta del canestro. E mentre San Paolo e Caserta si preparano a ricordarlo con cerimonie degne di un re, una cosa è certa: la Mano Santa ha segnato per sempre la storia. Non solo con i punti, ma con la classe, la fedeltà e quel sorriso sornione prima di un tiro che sapeva già di gloria.
