Linkiesta | Meloni e la lezione ignorata del referendum: perché la “mossa del cavallo” non basterà per il 2027

Meloni e la lezione ignorata del referendum

La sconfitta al referendum sulla riforma della giustizia del 23 marzo 2026 ha lasciato un segno più profondo di quanto Giorgia Meloni sembri disposta ad ammettere. Con il “No” al 53-54% e un’affluenza vicina al 60%, quel voto ha trasformato una consultazione tecnica in un giudizio politico sulla premier. Eppure, a un mese e mezzo di distanza, il centrodestra sembra procedere come se si trattasse solo di un incidente di percorso da metabolizzare in fretta. È proprio qui che si annida il rischio più serio per Meloni in vista delle politiche del 2027: non aver capito fino in fondo perché ha perso.

Il parallelo con Matteo Renzi nel 2016 è inevitabile, e non solo per la personalizzazione del voto. Anche allora un premier forte, convinto di poter modernizzare il Paese attraverso una riforma costituzionale, si è scontrato con una resistenza trasversale che andava ben oltre i contenuti del quesito. Renzi aveva esplicitato la posta in gioco (“se perdo me ne vado”); Meloni ha evitato quell’errore formale, ma non ha potuto cancellare la sostanza: in un sistema maggioritario-bipolare, un referendum costituzionale promosso dal governo diventa inevitabilmente un referendum sul governo. I commentatori che prima del voto giuravano che “non era personalizzato” si sono scontrati con la logica elementare della politica italiana contemporanea.

La vera trappola, però, è più profonda e riguarda il modello stesso di leadership che Meloni incarna. Come Renzi prima di lei, e come Berlusconi negli anni della transizione incompiuta, anche la presidente di Fratelli d’Italia sembra inseguire un esito “gaullista”: un rafforzamento del vertice dell’esecutivo che chiuda finalmente la Seconda Repubblica. Il problema è che l’elettorato italiano, quando chiamato a esprimersi direttamente sulla forma di governo, ha dimostrato più volte di non voler regalare al leader di turno poteri eccessivi, temendo derive autoritarie o, più prosaicamente, una concentrazione di potere nelle mani di una sola coalizione.

Oggi i talk show e le newsletter si riempiono di invocazioni alla “mossa del cavallo”, all’ennesima svolta strategica che dovrebbe ribaltare gli equilibri. Queste metafore rivelano più il desiderio di chi le usa di sfuggire alla realtà che una reale analisi politica. La realtà è che il meccanismo referendario ha funzionato come un potente rivelatore: la personalizzazione della politica, il bipolarismo forzato e la riduzione dei partiti a comitati elettorali del capo producono consenso fino a un certo punto, ma generano anche anticorpi quando si toccano le regole del gioco costituzionale.

L’unica via per disinnescare davvero questo meccanismo sarebbe radicale: rinunciare al premio di maggioranza abnorme previsto nella nuova legge elettorale in discussione (quel “superbonus” che rischia di trasformare un risultato equilibrato in una maggioranza blindata) e tornare a un proporzionale più puro, senza coalizioni precostituite e senza fetici della governabilità a tutti i costi. Significherebbe accettare che i governi si formino in Parlamento attraverso negoziati reali, compromessi e maggioranze variabili. Per Meloni e per il suo partito questo rappresenterebbe un’abjura ben più dolorosa di quelle già compiute sul terreno europeo o atlantico. Equivarrebbe a mettere in discussione il cuore stesso del proprio modello: il leaderismo, la verticalizzazione, la narrazione del “o noi o il caos”.

È molto più probabile, quindi, che la premier punti invece a replicare lo schema che ha funzionato con Enrico Letta: una polarizzazione netta che legittima reciprocamente i due poli e riduce lo spazio alle terze forze. Con Elly Schlein potrebbe tentare lo stesso gioco di sponda, favorendo indirettamente la sua leadership nel centrosinistra per avere un avversario riconoscibile e, spera, battibile. Schlein potrebbe cascarci, come tanti segretari Pd prima di lei a partire da Veltroni. Ma nulla garantisce che sarà proprio lei la sfidante nel 2027, né che la polarizzazione stavolta produrrà lo stesso effetto moltiplicatore di voti.

Il sistema italiano ha una sua logica ostinata che i protagonisti sembrano determinati a ignorare. Dopo tre tentativi falliti di riforma costituzionale forte (Berlusconi, Renzi, Meloni), emerge un pattern chiaro: l’elettore medio italiano tollera male i “salti” presidenzialisti o semipresidenzialisti quando proposti da un solo schieramento. Preferisce un equilibrio imperfetto, fatto di mediazioni e di pesi contrapposti, a un rafforzamento percepito come sbilanciato.

Meloni ha ancora un anno e mezzo di legislatura davanti. Può rivendicare risultati sul fisco, sul lavoro o sulla politica estera, come ha fatto nell’ultima informativa alle Camere. Ma se non coglie la lezione profonda del referendum – cioè che la personalizzazione ha un limite strutturale – rischia di arrivare al 2027 con lo stesso bagaglio ideologico che ha già mostrato la corda. La “mossa del cavallo” invocata dai commentatori più creativi rischia di rivelarsi solo l’ennesimo tentativo di piegare la fisica politica a desideri che la realtà elettorale continua ostinatamente a smentire.

In un’Italia che resta frammentata, con un’opposizione ancora alla ricerca di una vera identità unitaria e un centrodestra che deve gestire tensioni interne non piccole, la partita del 2027 è più aperta di quanto apparisse prima del 23 marzo. Ma perché Meloni possa vincerla servirà qualcosa di più di una nuova metafora equestre: servirà una capacità di lettura della sconfitta che finora non ha mostrato.

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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