Il servizio universale di Poste Italiane è ancora davvero universale? Il silenzio che costa caro

Il servizio universale di Poste

Esiste un paradosso al cuore di Poste Italiane che nessuno vuole nominare chiaramente: un servizio definito per legge “universale” — cioè garantito a ogni cittadino, ovunque, a prescindere dal contesto geografico o sociale — viene gestito con la logica di un’azienda quotata in Borsa, obbligata per statuto a massimizzare i profitti. Questi due obiettivi non sono mai stati davvero compatibili. E adesso, secondo SLC CGIL, le crepe diventano voragini.

La denuncia del sindacato è precisa e documentata: i fondi pubblici destinati a coprire i costi del servizio universale sono insufficienti rispetto agli oneri reali che l’azienda sostiene per garantire la distribuzione della corrispondenza su tutto il territorio nazionale, isole e aree montane incluse. Non è una critica nuova. È una critica che ritorna ciclicamente, viene registrata, archiviata, e non produce mai una risposta politica all’altezza. Il problema non è che nessuno sappia. Il problema è che a nessuno convenga davvero risolvere.

Nel frattempo, il sistema regge grazie a una leva silenziosa e socialmente costosa: il lavoro precario. Una quota crescente degli addetti che materialmente sostiene il servizio — dai portalettere agli sportellisti — opera con contratti atipici, part-time involontario, somministrazione, o forme di esternalizzazione che spostano il rischio dall’azienda al lavoratore. È un modello che abbassa i costi fissi sul bilancio societario, migliora i margini comunicati agli analisti di mercato, e trasferisce l’instabilità su chi non ha voce abbastanza forte per farla sentire nei consigli di amministrazione.

L’outsourcing di servizi un tempo considerati core è l’altra faccia della stessa medaglia. Quando un’attività viene esternalizzata, la responsabilità diretta si dissolve in una catena di appalti e subappalti. La qualità diventa più difficile da misurare, più difficile da garantire, più difficile da imputare. Per un servizio universale — che per definizione non può selezionare i clienti in base alla redditività — questa architettura organizzativa è una contraddizione strutturale, non un’ottimizzazione.

A tutto questo si aggiunge la questione degli sportelli fisici. La progressiva sostituzione degli uffici postali tradizionali con punti di accesso alternativi — spesso con orari ridotti, personale meno specializzato, servizi limitati — produce un effetto che colpisce in modo diseguale. Chi abita nei centri urbani, chi ha accesso digitale, chi può spostarsi, si adatta. Chi è anziano, chi vive in periferia, chi non ha dimestichezza con le piattaforme online, perde un presidio di prossimità che per molti non è un optional ma una necessità concreta. Il servizio rimane formalmente universale sulla carta. Nella realtà quotidiana, diventa sempre meno accessibile per chi ne avrebbe più bisogno.

Il nodo politico è forse il più imbarazzante. Poste Italiane è ancora a partecipazione pubblica maggioritaria — il Ministero dell’Economia e Cassa Depositi e Prestiti controllano insieme poco più della metà del capitale. Eppure il governo, qualunque governo negli ultimi anni, ha scelto di trattare Poste come un asset finanziario da valorizzare piuttosto che come un’infrastruttura sociale da tutelare. Il dividendo distribuito agli azionisti è diventato un indicatore di successo. Il livello del servizio nei comuni sotto i cinquemila abitanti, molto meno.

Questa ambiguità non è casuale. È il risultato di una scelta politica precisa, compiuta gradualmente e mai dichiarata apertamente: privatizzare la logica senza privatizzare formalmente la proprietà. Un modo per incassare i benefici della quotazione in Borsa — liquidità, governance, disciplina di mercato — scaricando però sul bilancio pubblico e sui lavoratori precari i costi di un mandato universale che il mercato, da solo, non avrebbe mai accettato di finanziare.

La domanda che nessuno pone con sufficiente chiarezza nelle aule parlamentari è questa: quanto vale, in termini sociali, un ufficio postale aperto tre giorni a settimana in un paese di montagna? Quanto vale per un pensionato che non può raggiungere lo sportello più vicino senza un’auto? Quanto vale per un lavoratore a tempo determinato che ogni mattina non sa se il contratto gli verrà rinnovato il mese successivo?

Il servizio universale, nella sua accezione più profonda, non è una voce di bilancio. È una promessa dello Stato ai cittadini. E quando quella promessa viene erosa — lentamente, senza annunci, senza dibattito pubblico — il costo non appare in nessun rendiconto finanziario. Ma esiste. E lo pagano sempre gli stessi.

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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