Affondamento del “Luigino”, trovato il corpo di Enrico Piras dopo due mesi: Morlè ancora disperso

Olbia, 23 aprile 2026 – Il mare sardo restituisce un’altra vittima del tragico affondamento del motopeschereccio “Luigino”, inghiottito dalle onde l’11 febbraio al largo di Santa Maria Navarrese. Il corpo di Enrico Piras, 63enne di Tortolì, è stato individuato e identificato al largo di Olbia, a circa 10 miglia dall’isola di Mortorio, portando un’amara chiusura per la famiglia dopo due mesi di angosciante attesa.
La scoperta è avvenuta nella mattinata di ieri, quando un peschereccio ha avvistato il cadavere galleggiante e ha immediatamente allertato la Capitaneria di porto di Olbia. I militari sono intervenuti con prontezza, recuperando il corpo e trasportandolo al molo di Porto Cervo per gli accertamenti. L’identificazione è stata confermata grazie a effetti personali, tra cui una catenina che Piras portava al collo, un dettaglio che ha reso il riconoscimento definitivo e ha evitato ulteriori sofferenze ai familiari.
Le indagini sono coordinate dalla Guardia Costiera di Olbia, in collaborazione con le Procure di Tempio Pausania e Lanusei, che stanno approfondendo le dinamiche dell’affondamento. Il relitto del “Luigino” era stato localizzato a marzo a circa 150 metri di profondità, adagiato sul fondale nello specchio d’acqua antistante Santa Maria Navarrese, ma all’epoca nessuna traccia dei corpi. Le cause sembrano legate a un mare agitato con raffiche di maestrale e un’avaria al motore, che ha fatto colare a picco l’imbarcazione in tarda mattinata, quando le condizioni meteo sono precipitate.
Ricostruiamo la tragica sequenza dell’11 febbraio. L’equipaggio, composto dal comandante Antonio Morlè, 53 anni di Tortolì, dal marinaio Enrico Piras e da Antonio Lovicario, 42-43 anni, era uscito all’alba da Arbatax per la pesca quotidiana. Il tempo sembrava gestibile, ma intorno alle 10 il moto ondoso ha raggiunto i 5 metri, tradendo il “Luigino”. Secondo la testimonianza di Lovicario, unico sopravvissuto, il comandante Morlè sarebbe rimasto intrappolato nello scafo che affondava rapidamente, mentre Piras è finito in mare aperto. Lovicario, esperto apneista, si è spogliato degli abiti pesanti per resistere alle acque gelide e attendere i soccorsi, prestati dall’equipaggio del motopesca “Zeus”, di proprietà del fratello di Morlè.
Lovicario è stato recuperato esausto ma vivo da un’altra imbarcazione, mentre le ricerche immediate della Guardia Costiera di Arbatax non hanno dato frutti quel giorno. Le operazioni sono proseguite con motovedette come la CP 811, sommozzatori di Cagliari e ROV, ma il fondale impervio e le condizioni meteo avverse hanno reso tutto vano per settimane. Il rinvenimento del relitto a marzo aveva riacceso una flebile speranza, ma senza corpi recuperati. Ora, con Piras identificato, resta il vuoto per Morlè, il cui corpo potrebbe essere ancora intrappolato nel “Luigino” o disperso chissà dove nelle profondità.
Due mesi di incertezza che hanno segnato profondamente le famiglie di Tortolì e dell’Ogliastra. Per i Piras, la conferma del corpo significa poter organizzare un funerale e iniziare un lutto senza il peso dell’ignoto, ma il dolore per un uomo di mare, padre e nonno, che ha vissuto la sua vita tra le onde, è palpabile. La comunità di Tortolì, terra di pescatori temprati dal Tirreno, ha seguito ogni aggiornamento con il fiato sospeso: veglie silenziose nei porti, post sui social carichi di cordoglio, un senso di fratellanza marina che unisce chi sfida quotidianamente il mare. Immaginate l’attesa delle mogli, dei figli, che scrutano l’orizzonte ogni giorno, tra telefonate alla Capitaneria e notti insonni, chiedendosi se il corpo del proprio caro sarebbe mai riemerso o rimasto per sempre custodito dalle correnti.
E qui emerge la sottile tensione di questi casi: il mare, generoso di frutti ma crudele con chi lo naviga, dà e toglie senza preavviso. Perché Piras è riaffiorato proprio ora, dopo aver viaggiato per decine di miglia dalla zona del naufragio? Le correnti galluresi, imprevedibili, lo hanno portato fino a Olbia, mentre Morlè resta inghiottito dal blu profondo. Le autorità promettono di non fermare le ricerche, ma la profondità del relitto – 150 metri – pone sfide tecniche enormi, con costi e rischi per i subacquei. La Procura indaga su eventuali responsabilità, forse negligenze preventive o bollettini meteo sottovalutati, ma per ora prevalgono le ipotesi legate al maltempo improvviso.
Questa storia non è solo cronaca di un affondamento: è il ritratto di vite interrotte a un passo dal porto sicuro, di un sopravvissuto che porta il peso della memoria, di famiglie che oscillano tra chiusura e vuoto. In Sardegna, dove il mare è pane quotidiano, l’incertezza di Morlè lascia un’ombra: quante altre tragedie silenziose attendono di essere risolte? Le acque di Santa Maria Navarrese, tornate calme, custodiscono ancora segreti, e la Guardia Costiera continua a vigilare.
