Corea del Nord, Kim Jong Un chiama “eroi” i soldati che si sono fatti esplodere per non cadere in mano ucraina

Corea del Nord

PYONGYANG – In un discorso che ha scosso le cancellerie internazionali, Kim Jong Un ha pubblicamente elogiato i soldati nordcoreani morti in combattimento al fianco delle forze russe in Ucraina, definendo “eroi” anche coloro che hanno scelto la via dell’autodistruzione pur di non essere catturati. La rivelazione, riportata dalla KCNA, arriva durante la cerimonia di inaugurazione di un memoriale dedicato ai caduti nordcoreani nella regione russa di Kursk e getta una luce cruda sulla ferocia e sulla disciplina imposta alle truppe di Pyongyang nel conflitto in corso.

Il leader nordcoreano, parlando davanti a familiari delle vittime e a rappresentanti russi tra cui il ministro della Difesa Andrey Belousov, ha ricordato “gli eroi che senza esitazione hanno scelto la via dell’autodistruzione e del suicidio per difendere il grande onore”, accanto a quelli caduti “caricando in prima linea”. Si tratta della prima ammissione esplicita da parte di Kim di una politica estrema sul campo di battaglia: evitare a ogni costo la cattura, anche attraverso il suicidio. Un ordine che conferma quanto emerso da mesi nei rapporti di intelligence e nelle testimonianze di disertori e prigionieri.

La Corea del Nord ha stretto un’alleanza sempre più stretta con la Russia di Vladimir Putin, culminata nel trattato di partenariato strategico del 2024. Decine di migliaia di soldati nordcoreani sono stati schierati nella regione di Kursk per contrastare l’offensiva ucraina e supportare le operazioni russe. Secondo le stime dei servizi di intelligence sudcoreani, Pyongyang avrebbe inviato circa 15.000 militari, tra truppe da combattimento e unità di supporto. Di questi, diverse migliaia avrebbero riportato perdite: fonti di Seul parlavano già a febbraio di circa 6.000 tra morti e feriti, un bilancio pesante che testimonia l’intensità dei combattimenti in prima linea.

La scelta dell’autodistruzione non rappresenta un atto isolato, ma affonda le radici nella dottrina militare e nell’indottrinamento ideologico della Corea del Nord. Nella cultura del regime, la cattura equivale a un tradimento imperdonabile: non solo per il soldato, ma per l’intera famiglia rimasta in patria, esposta a possibili ritorsioni. I militari vengono educati fin dall’arruolamento a considerare la resa come la peggiore delle sconfitte morali, un’onta che macchia il “grande onore” della nazione e del Partito. In questo contesto, l’ordine di farsi esplodere diventa l’ultima espressione di fedeltà assoluta.

Testimonianze e analisi di intelligence descrivono un quadro di pressione psicologica estrema. I soldati nordcoreani operano in un ambiente di sorveglianza costante, dove la propaganda di regime si mescola a una disciplina ferrea. L’idea di “eroismo” promossa da Kim trasforma la morte in un atto glorioso, ma dietro le parole ufficiali emerge il dramma umano di giovani mandati a combattere in un teatro di guerra lontano, con armamenti e tattiche spesso diversi da quelli per cui erano preparati. Molti di loro hanno vissuto esperienze di combattimento ravvicinato, assalti frontali e situazioni di accerchiamento che hanno reso drammaticamente concreta l’alternativa tra la morte immediata e la cattura.

Questa dinamica solleva interrogativi profondi sul confine tra eroismo volontario e coercizione sistematica. Da un lato, la propaganda di Pyongyang celebra il “sacrificio nobile” e il “spirito indomito” delle truppe, presentandole come protagoniste di un contributo decisivo alla “guerra sacra” della Russia. Dall’altro, l’estrema misura dell’autodistruzione rivela la fragilità di un sistema che non ammette debolezze né prigionieri. I familiari, invitati alla cerimonia, ricevono onori pubblici, ma il dolore privato resta avvolto dal silenzio imposto dal regime.

La presenza nordcoreana sul fronte ucraino ha rappresentato un punto di svolta nell’alleanza tra Mosca e Pyongyang. In cambio di supporto militare – soldati, munizioni, missili – la Russia offre a Kim tecnologie, competenze e legittimazione internazionale. Eppure, il costo umano si fa sempre più evidente. Mentre Kim inaugura memoriali e promette che la Corea del Nord continuerà a sostenere senza riserve la politica russa, le perdite accumulate pongono domande sul futuro di questo impegno: quante altre migliaia di soldati saranno inviate? E fino a che punto il regime sarà disposto a spingere i suoi uomini in una logica di “vittoria o morte”?

Il conflitto in Ucraina continua a ridefinire gli equilibri geopolitici globali. L’intervento nordcoreano, inizialmente negato e ora celebrato pubblicamente, dimostra quanto il fronte euroasiatico sia diventato un unico scacchiere interconnesso. Dietro i numeri delle vittime – stimati ma mai confermati ufficialmente da Pyongyang – ci sono storie individuali di obbedienza, paura, indoctrinamento e, in alcuni casi, disperazione. Domande che rimangono sospese: quanto pesa realmente la volontà individuale in un sistema che fa del sacrificio collettivo l’unico orizzonte possibile? E quali saranno le conseguenze di lungo periodo per la stabilità della penisola coreana e per la sicurezza europea?

Mentre il memoriale di Pyongyang si erge a simbolo di un’alleanza cementata nel sangue, il mondo osserva con inquietudine un conflitto che continua a trascinare nuovi attori in una spirale apparentemente senza fine.

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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