Sergio Ramelli, 51 anni dopo: il corteo a Milano tra saluti romani, “Bella ciao” dai balconi e una memoria che continua a dividere

Sergio Ramelli

Milano, 29 aprile 2026. Cinquantuno anni esatti dalla morte di Sergio Ramelli, il giovane militante del Fronte della Gioventù ucciso a diciotto anni. La città si è ritrovata ancora una volta spaccata tra commemorazioni istituzionali e un corteo di circa duemila persone organizzato dall’ultradestra, concluso in via Paladini con il tradizionale “presente” e diversi saluti romani. Un’immagine che, come ogni anno, riaccende il dibattito sulla violenza politica e sul modo in cui l’Italia elabora la propria memoria storica.

Ramelli fu aggredito il 13 marzo 1975 mentre legava il motorino in via Paladini, vicino a casa sua in via Amadeo. Un gruppo di militanti di Avanguardia Operaia lo colpì ripetutamente alla testa con chiavi inglesi. Il ragazzo entrò in coma e morì quarantasette giorni dopo, il 29 aprile. Un omicidio che resta una delle pagine più dolorose degli anni di piombo, stagione in cui l’odio ideologico trasformava le divergenze politiche in aggressioni mortali.

Oggi, a più di mezzo secolo di distanza, la sua figura continua a polarizzare. Da una parte le iniziative ufficiali, come la commemorazione in via Pinturicchio con la presenza del sindaco Giuseppe Sala. Dall’altra il corteo serale, partito da piazzale Gorini, che ha visto sfilare sigle della destra radicale tra tricolori e striscioni. Durante il percorso alcuni residenti hanno risposto intonando “Bella ciao” dai balconi, mentre nella notte precedente un uomo di 33 anni era stato aggredito dopo aver strappato manifesti dedicati a Ramelli. Episodi che testimoniano come la ferita non si sia mai del tutto rimarginata.

Una morte per le idee in un’Italia lacerata

Sergio Ramelli era uno studente come tanti, con i capelli lunghi e idee di destra in un quartiere e in un’epoca dominati da una forte egemonia della sinistra extraparlamentare. Venne ucciso non per un torto personale, ma per quello che rappresentava: un ragazzo del Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano. La sua agonia durò quasi due mesi, un dettaglio che rese ancora più straziante la vicenda per la famiglia e per chi ne ha custodito il ricordo.

Negli anni il caso ha attraversato processi complessi. I responsabili furono identificati a distanza di tempo e condannati in via definitiva per omicidio volontario. Ma al di là delle sentenze, ciò che resta è il simbolo di una generazione di giovani che pagò con la vita la scelta di stare da una parte o dall’altra in un Paese profondamente diviso.

Oggi la commemorazione Ramelli non riguarda solo il passato. Parla del presente di una politica italiana memoria che fatica a diventare condivisa. Da una parte chi chiede che il ricordo di Ramelli – come quello di altre vittime degli anni di piombo – entri pienamente nella narrazione nazionale, senza etichette di parte. Dall’altra chi vede in queste iniziative il rischio di una rilettura nostalgica o revisionista di quegli anni. La presenza di saluti romani al corteo serale ha riacceso le polemiche, con Romano La Russa che ha commentato: «Quando il 25 aprile sarà festa di tutti, spariranno anche i saluti romani».

Perché Ramelli divide ancora l’Italia di oggi

La persistenza del caso Ramelli dice molto sulle tensioni politiche Italia. In un’epoca in cui si discute di pacificazione nazionale e di superamento delle divisioni novecentesche, certi anniversari funzionano come cartine di tornasole. Da una parte c’è chi rivendica il diritto a ricordare un ragazzo ucciso per le proprie idee, sottolineando che la violenza non può mai essere giustificata. Dall’altra chi teme che queste memorie selettive servano a legittimare ambienti che non hanno mai davvero rotto con il passato.

Il sindaco Sala ha partecipato alla commemorazione istituzionale, segno di un tentativo di normalizzazione. Eppure il corteo parallelo, con i suoi riti e i suoi simboli, mostra come per una parte significativa della destra milanese e non solo, Ramelli resti un simbolo vivo, quasi intoccabile. Una dinamica che si ripete puntualmente e che impedisce una vera elaborazione collettiva del lutto nazionale.

Le reazioni sui social e nelle strade riflettono questa spaccatura: chi parla di «giustizia negata per troppo tempo», chi invece invita a non dimenticare il contesto degli anni Settanta, fatto di stragi, attentati e scontri quotidiani. Pochi, però, sembrano disposti a riconoscere che tutte le vittime della violenza politica meritano lo stesso rispetto, senza gerarchie ideologiche.

Cinquantuno anni dopo, l’omicidio Ramelli continua a interrogare la capacità dell’Italia di fare i conti con gli anni di piombo senza strumentalizzazioni. La morte di un diciottenne per un’aggressione ideologica dovrebbe essere un monito universale contro ogni forma di intolleranza. Eppure, ogni 29 aprile, Milano e il Paese tornano a dividersi tra cortei, cori dai balconi e dichiarazioni contrapposte.

Forse il vero nodo sta proprio qui: finché la memoria resterà arma di parte invece che patrimonio comune, la pacificazione rimarrà un obiettivo dichiarato ma mai davvero raggiunto. Sergio Ramelli, ragazzo normale diventato simbolo suo malgrado, continua a chiedere – silenziosamente – che l’Italia impari a ricordare tutti i suoi morti senza riserve e senza rancore. Una sfida che, a giudicare da quanto accaduto ieri sera a Milano, è ancora lontana dall’essere vinta.

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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