Medico di famiglia a rischio: lo scontro sulla riforma Schillaci divide la maggioranza

Il ruolo del medico di famiglia, pilastro storico della sanità italiana, è al centro di uno scontro politico e professionale che rischia di cambiare per sempre il rapporto tra cittadini e cura primaria. La bozza di riforma presentata dal ministro Orazio Schillaci ha acceso le polemiche: Forza Italia si spacca, con Stefania Craxi che parla apertamente di “burocratizzazione antistorica”, mentre parte della maggioranza spinge per un modello misto che prevede medici dipendenti nelle Case della Comunità.
La proposta, ancora in fase di bozza e attesa in Consiglio dei ministri entro maggio, introduce un doppio canale per i medici di medicina generale. Da una parte chi resta nel regime convenzionato attuale, dall’altra chi sceglie volontariamente di diventare dipendente del Servizio sanitario regionale per lavorare stabilmente nelle nuove strutture territoriali del Pnrr. Un cambiamento che, secondo il ministro, serve a rendere operative le Case della Comunità e a gestire meglio la cronicità di una popolazione sempre più anziana. Ma per molti medici e per una parte della politica questo significa mettere a repentaglio il rapporto fiduciario con il paziente.
La riforma in discussione
Schillaci vuole fare dei medici di famiglia il motore delle Case della Comunità: non più professionisti isolati nei propri studi, ma parte integrante di équipe multidisciplinari. La remunerazione cambierebbe: non più solo legata al numero di assistiti, ma anche alla presa in carico di pazienti fragili e cronici all’interno della rete territoriale. L’obiettivo dichiarato è superare un modello considerato inadeguato di fronte alle liste d’attesa infinite, alla carenza di medici e alla pressione sugli ospedali.
Forza Italia è uscita allo scoperto con posizioni contrastanti. La senatrice Stefania Craxi ha bocciato nettamente l’idea dei medici dipendenti, definendola un ritorno indietro che trasformerebbe il medico in un burocrate. Diversa la linea del governatore della Calabria Roberto Occhiuto, che ha visto nella riforma un’opportunità liberale per i giovani medici, che potrebbero entrare nel sistema senza sostenere i costi di uno studio privato.
Un pilastro dell’assistenza italiana
Il medico di famiglia rappresenta da decenni il primo punto di riferimento per milioni di italiani. È colui che conosce la storia clinica della famiglia, che gestisce le cronicità, che decide quando mandare in ospedale e che spesso offre anche un sostegno umano oltre quello clinico. In un Paese con oltre 50 milioni di assistiti in carico, questa figura è considerata essenziale per mantenere il Sistema Sanitario Nazionale universalistico e vicino ai cittadini, soprattutto nelle aree interne e nei piccoli centri.
Le criticità del sistema attuale sono note da anni: carenza di oltre 5.000 medici di famiglia, studi spesso monoprofessionali, difficoltà a garantire continuità assistenziale h24 e turni notturni. La pandemia aveva già evidenziato le fragilità della medicina territoriale, spingendo governi successivi a puntare sulle Case della Comunità. Ma ora la riforma rischia di spaccare la categoria.
I timori dei medici e dei pazienti
I sindacati di categoria, in primis la Fimmg, parlano di provvedimento “pericoloso per i pazienti” e “che distrugge il medico di famiglia”. Secondo loro, trasformare parte dei professionisti in dipendenti pubblici potrebbe minare il rapporto fiduciario: il medico non sarebbe più “del cittadino” ma “dell’azienda”, con il rischio di scelte orientate più a obiettivi di budget che alla salute della persona. C’è anche la preoccupazione che i giovani fuggano dalla medicina generale verso altre specializzazioni, aggravando ulteriormente la carenza.
Molti pazienti temono di perdere quel medico di riferimento che conoscono da anni, con il quale hanno costruito un rapporto di fiducia. “Se il mio dottore diventa un impiegato statale con orari fissi nelle Case della Comunità, chi mi seguirà quando sto male di notte o nei weekend?” è la domanda che ricorre tra le persone anziane e quelle con patologie croniche.
Reazioni e divisioni
Nel mondo politico lo scontro è netto. Oltre alle divisioni interne a Forza Italia, anche l’opposizione osserva con attenzione, con chi chiede più confronto e chi teme la scomparsa progressiva della libera scelta del medico. Gli Ordini dei medici, attraverso il presidente Filippo Anelli, definiscono la riforma “inefficace, inutile e dannosa”, chiedendo un coinvolgimento reale della categoria prima di procedere.
Sui social e nei forum dei pazienti il sentimento è contrastante: da una parte chi spera in una sanità più organizzata e accessibile, dall’altra chi difende strenuamente il modello attuale, visto come l’ultimo baluardo di una cura personalizzata in un sistema sempre più impersonale.
Cosa succederà alla sanità dei cittadini
La riforma Schillaci arriva in un momento delicato per la sanità italiana, tra risorse limitate, invecchiamento demografico e aspettative crescenti dei cittadini. Trasformare il ruolo del medico di famiglia non è solo una questione tecnica: significa ridefinire il rapporto tra persona e cura, tra prossimità e organizzazione, tra fiducia e efficienza.
Riuscirà questo cambiamento a rendere la sanità territoriale più forte senza sacrificare quel legame umano che ha sempre caratterizzato la medicina di famiglia in Italia? Oppure rischiamo di perdere uno dei pochi aspetti positivi rimasti in un sistema sotto stress cronico? La risposta arriverà dalle prossime settimane di confronto, ma per milioni di italiani la posta in gioco è altissima: la salute di tutti i giorni, quella che passa prima di tutto dal proprio medico di fiducia.
