Roberto Savi a Belve Crime: il capo della Uno Bianca rompe il silenzio e riapre vecchie ferite

ROMA – Martedì sera, su Rai2, Francesca Fagnani ha fatto sedere sullo sgabello di Belve Crime uno degli uomini che più hanno segnato la cronaca nera italiana degli anni Novanta. Dal carcere di Bollate, Roberto Savi ha parlato per la prima volta in tv dopo oltre trent’anni. Voce calma, sguardo controllato, lo stesso “monaco” che molti ricordano come il cervello freddo della banda della Uno Bianca. Le sue parole hanno già scatenato polemiche, rabbia tra i familiari delle vittime e un’ondata di ricordi dolorosi in tutta l’Emilia-Romagna e oltre.
L’intervista arriva in un momento in cui l’Italia sembra incapace di archiviare davvero quella stagione di sangue. Mentre Savi ricostruisce la sua verità – parlando di “coperture”, di incontri a Roma e di azioni “chieste dagli apparati” – il paese torna a interrogarsi su quanto davvero si sappia di quegli anni di terrore. E accanto a lui, nella stessa puntata, un’altra figura del crimine italiano: Katharina Miroslawa, l’ex ballerina polacca condannata per l’omicidio dell’imprenditore parmigiano Carlo Mazza.
Il ritorno di un nome che non si dimentica
Roberto Savi oggi sconta l’ergastolo. Nato a Forlì nel 1954, ex assistente capo della Polizia di Stato nella Questura di Bologna, era considerato il capo indiscusso del gruppo insieme al fratello Fabio Savi, “il lungo”. Con loro c’era anche Alberto Savi. Tra il 1987 e il 1994 la banda seminò morte e paura: 24 vittime, oltre cento feriti, rapine, omicidi spesso gratuiti. La Fiat Uno bianca diventò il simbolo di un incubo che colpiva chiunque: carabinieri, commercianti, passanti innocenti.
Non era solo criminalità comune. Era qualcosa di più profondo, che ha lasciato cicatrici nella memoria collettiva dell’Emilia-Romagna. Savi, arrestato il 21 novembre 1994 proprio mentre era in servizio nella centrale operativa di Bologna, ha sempre mantenuto un profilo basso. Fino a questa intervista. Le anticipazioni diffuse da Fagnani hanno fatto il resto: dichiarazioni che mettono in discussione la versione giudiziaria consolidata, con riferimenti a servizi segreti e protezioni dall’alto. Reazioni immediate sono arrivate dai familiari delle vittime, che parlano di “operazione disgustosa” e chiedono che eventuali nuove rivelazioni vadano ai magistrati, non in tv.
Le storie che tornano a bruciare
L’eco dell’intervista si mescola con altre pagine di cronaca nera riemerse nella stessa trasmissione. La vicenda di Carlo Mazza, l’imprenditore parmigiano ucciso nel febbraio 1986 con due colpi di pistola nella sua auto in centro città, resta uno di quei gialli che Parma non ha mai dimenticato. Uomo noto, vita notturna intensa, relazione con Katharina Miroslawa: lei, all’epoca giovane ballerina di night, fu condannata come mandante per motivi economici legati a una polizza assicurativa. Oggi Miroslawa racconta la sua versione, definendosi “la colpevole perfetta” per il ruolo che le era stato cucito addosso: la donna senza scrupoli, straniera, affascinante. Una narrazione che, tra processi e latitanza, ha segnato un’epoca.
Due storie diverse, ma accomunate dal fascino oscuro che esercitano ancora oggi sul pubblico. La Uno Bianca per la sua violenza spietata e sistematica. Il caso Mazza per quel mix di passione, denaro e mistero che ha riempito cronache e tv per anni.
Perché l’Italia non smette di cercarlo
Su social e motori di ricerca il nome Roberto Savi continua a generare curiosità mista a inquietudine. C’è chi rivede le immagini delle stragi, chi si chiede se dietro la banda ci fosse davvero solo avidità o qualcosa di più torbido. La freddezza con cui Savi e i suoi agivano – poliziotti che sparavano su colleghi e civili – ha lasciato un senso di tradimento profondo. L’Italia che si credeva sicura scoprì che il pericolo poteva arrivare da chi indossava la divisa.
La trasmissione di Fagnani ha riacceso dibattiti nei bar di Bologna, Forlì, Rimini e nelle chat dei parenti delle vittime. Alcuni esprimono rabbia per il palcoscenico dato a un ergastolano. Altri ammettono una fascinazione quasi morbosa: come è possibile che uomini apparentemente normali abbiano commesso tante atrocità? Che ruolo hanno avuto i contesti dell’epoca, tra anni di piombo in coda e una provincia ricca ma inquieta?
Roberto Savi resta un enigma. Il suo silenzio durato decenni ha reso ogni sua parola un evento. Che sia pentimento tardivo, strategia o semplice voglia di raccontare la sua versione, l’effetto è lo stesso: riaprire ferite mai del tutto chiuse. L’Italia continua a guardarsi allo specchio attraverso i suoi mostri peggiori, cercando di capire non solo chi fossero le belve, ma cosa rivelino di noi. E mentre le luci di Belve Crime si spengono, le domande restano. Più vive che mai.
