Beccalossi, l’ultimo vero numero 10 dell’Inter anni ’80 che il calcio moderno ha perso per sempre

Beccalossi

Si è spento oggi a Brescia, a 69 anni, Evaristo Beccalossi. Un campione che avrebbe compiuto 70 anni tra pochi giorni, il 12 maggio. La notizia arriva come un colpo al cuore per tutti coloro che hanno amato il calcio italiano degli anni Settanta e Ottanta, quello fatto di fantasia, dribbling ubriacanti e numeri 10 che decidevano le partite con un colpo di genio. Beccalossi Inter non è solo un binomio statistico: è un pezzo di storia nerazzurra che torna prepotentemente a vivere nella memoria collettiva.

Nato a Brescia il 12 maggio 1956, Beccalossi arrivò all’Inter nel 1978 dal suo Brescia, diventando in breve tempo uno dei giocatori più amati della curva. Sotto la guida di Eugenio Bersellini visse i suoi anni migliori: 216 presenze tra campionato e coppe, 37 reti, uno scudetto nella stagione 1979-80, due Coppe Italia e una semifinale di Coppa dei Campioni. Numeri importanti, ma insufficienti a raccontare davvero chi era “il Becca”.

Era il classico fantasista italiano, uno di quegli ultimi numeri 10 capaci di accendere una partita da soli. Tecnica sopraffina, visione di gioco, dribbling stretto e un sinistro vellutato. Chi lo ha visto dal vivo racconta di un giocatore che alternava lampi di classe purissima a momenti di pura indolenza. Una caratteristica che lo rendeva ancora più umano e amabile agli occhi dei tifosi: non era un robot, era un artista del pallone.

La doppietta nel derby del 28 ottobre 1979 contro il Milan, con l’Inter che vinse 2-0, resta uno dei momenti iconici della sua carriera. Come iconica, seppur in negativo, rimane la serata dei due rigori sbagliati in pochi minuti contro lo Slovan Bratislava in Coppa delle Coppe. Episodi che lui stesso raccontava con ironia, senza mai nascondersi. Quel mix di genio e sregolatezza lo ha reso indimenticabile.

Un simbolo di un’epoca irripetibile

Beccalossi rappresenta perfettamente l’Inter anni 80, quella squadra tosta, operaia e allo stesso tempo capace di volate improvvise. Era il decennio di Bersellini, di Altobelli, di Baresi giovane, di un calcio italiano ancora profondamente radicato nella sua identità tecnica e tattica. Un’epoca in cui i fantasisti come lui, come Bruno Conti o come lo stesso Paolo Rossi (con cui Beccalossi condivise palcoscenici e amicizia), erano decisivi.

Oggi quel tipo di giocatore sembra quasi estinto. Il calcio contemporaneo premia l’intensità, la fisicità, la velocità e l’atletismo. I numeri 10 puri faticano a trovare spazio, schiacciati tra registi bassi e attaccanti ibridi. Beccalossi, con i suoi tocchi di prima, i suoi stop di petto e le sue invenzioni improvvise, incarnava un’idea di calcio che oggi appare quasi romantica, quasi nostalgica. Eppure è proprio questa nostalgia a spiegare perché il suo nome continua a circolare tra i tifosi, soprattutto sui social, dove video delle sue giocate vengono condivisi con affetto da generazioni diverse.

A Brescia, la sua città, Beccalossi è sempre rimasto un simbolo. Dopo la carriera da calciatore, aveva ricoperto ruoli dirigenziali, tra cui quello di capo delegazione delle Nazionali giovanili FIGC, continuando a trasmettere passione alle nuove generazioni. Negli ultimi anni aveva anche partecipato a trasmissioni televisive, dove la sua parlata schietta e la sua ironia bresciana conquistavano il pubblico.

La sua storia è anche quella di un uomo che ha saputo accettare alti e bassi, infortuni, momenti di appannamento e un rapporto con il calcio mai banale. Un calciatore che non ha mai finto di essere ciò che non era: un talento estroso, a volte incostante, ma capace di accendere San Siro come pochi altri.

Il vuoto lasciato dai grandi fantasisti

Con la scomparsa di Evaristo Beccalossi il calcio italiano perde uno degli ultimi rappresentanti di una scuola di numeri 10 che ha fatto la storia. Da Maradona a Platini, passando per i nostri talenti nostrani, quell’epoca ha regalato emozioni che oggi sembrano lontane. Il Brescia Today e le pagine social nerazzurre si stanno già riempiendo di ricordi, foto storiche e video che testimoniano l’affetto ancora vivo.

Beccalossi non è stato solo un grande giocatore dell’Inter anni 80. È stato un simbolo di un modo di intendere il calcio: creativo, libero, istintivo. In un’epoca dominata da algoritmi, dati e preparatori atletici, il suo ricordo ci costringe a una domanda scomoda: il calcio di oggi è davvero migliore di quello di ieri, o ha semplicemente perso qualcosa di irripetibile lungo la strada?

L’Inter e tutto il calcio italiano salutano oggi un uomo che ha dato emozioni indelebili. Evaristo Beccalossi se ne va, ma il suo sinistro magico e le sue giocate restano patrimonio di chi ha avuto la fortuna di vederlo e di chi, attraverso i racconti e i filmati, continua a innamorarsi di quel calcio romantico e genuino.

Danilo Fields

Danilo Fields

Danilo Fields is an Italian sports journalist and football writer specializing in Serie A, European competitions, and major international tournaments. He delivers match reports, tactical analysis, and breaking football news, combining strong tactical knowledge with a clear, narrative-driven style that makes complex on-field dynamics easy to understand.

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