David di Donatello 2026, la notte che ha diviso l’Italia: trionfo annunciato ma tanti nervi scoperti

La serata di ieri sera dal Teatro 23 di Cinecittà resterà nella memoria non solo per le statuette assegnate, ma per le emozioni contrastanti che ha lasciato nel pubblico italiano. I David di Donatello 2026 hanno incoronato Le città di pianura di Francesco Sossai come il grande vincitore della 71ª edizione, con ben otto premi tra cui Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attore Protagonista a Sergio Romano. Un trionfo netto, meritato sulla carta, che però non ha spento le polemiche accese già da settimane.
Mentre sul red carpet brillavano gli abiti eleganti e i sorrisi di rito, dietro le quinte e sui social si respirava un’aria diversa. Il cinema italiano sembra vivere un momento di gloria artistica ma anche di profonda inquietudine. E la conduzione di Flavio Insinna insieme a Bianca Balti ha finito per catalizzare parte delle discussioni della notte.
Insinna, professionista navigato e amato dal pubblico, ha portato la sua energia tipica, quel calore romanesco che in altri contesti funziona alla perfezione. Ieri però, per tanti spettatori collegati su Rai1, è apparso troppo “sopra le righe”. Interruzioni ai discorsi di ringraziamento, battute che hanno fatto storcere il naso a più di un premio assegnato, momenti in cui sembrava volesse “alleggerire” una cerimonia che, per sua natura, vive proprio di quei tempi dilatati e carichi di emozione. Il risultato? Una pioggia di commenti sui social: c’è chi lo ha difeso (“almeno non è stata noiosa”), chi lo ha bocciato senza appello (“non era la scelta giusta per i David”).
Eppure la serata ha regalato anche momenti intensi e autentici. Il discorso di Lino Musella, premiato come Miglior Attore Non Protagonista per Nonostante, ha fatto tremare il teatro. Citando De Niro, ha parlato di arte come minaccia per gli autocrati e ha chiuso con un chiaro “Palestina libera”. Applausi e qualche mugugno, come sempre quando il cinema si sporca le mani con la realtà.
Aurora Quattrocchi ha conquistato tutti con la sua vittoria come Miglior Attrice per Gioia mia di Margherita Spampinato (che ha portato a casa anche il David per l’esordio alla regia). L’attrice, con quella sua forza siciliana genuina, ha lanciato un appello sentito: basta con le salette microscopiche, servono grandi sale per far respirare davvero i film. Un grido che ha toccato un nervo scoperto di un’industria che fatica a riempire le poltrone.
Matilda De Angelis ha brillato ancora una volta, vincendo come Miglior Attrice Non Protagonista per Fuori di Mario Martone. La giovane attrice continua a dimostrare una maturità rara, capace di passare dal cinema d’autore ai progetti più popolari senza perdere un grammo di credibilità.
Il trionfo di Le città di pianura è innegabile. Otto David su sedici candidature: un film che racconta l’Italia profonda, le sue contraddizioni, i suoi silenzi, e che ha convinto giuria e (speriamo) pubblico. Francesco Sossai si conferma una delle voci più interessanti del nostro cinema contemporaneo. Accanto a lui, produzioni solide e un cast in stato di grazia.
Ma non si può ignorare il contesto. Le polemiche sul finanziamento al cinema, la protesta di “Siamo ai titoli di coda” che ha spinto alcuni a boicottare o a usare la serata come palco di denuncia, le assenze pesantissime che si sono fatte notare. Il cinema italiano è vivo, talentuoso, ma arrabbiato. Arrabbiato per i tagli, per le sale che chiudono, per un pubblico che sembra sempre più distratto dalle piattaforme.
Flavio Insinna e Bianca Balti hanno portato in onda una prima serata su Rai1 che ha tenuto banco, questo è certo. Forse non è stata la conduzione perfetta, forse ha rivelato ancora una volta quanto sia difficile bilanciare intrattenimento e rispetto per un evento che resta sacro per chi fa cinema sul serio. Eppure ha funzionato proprio perché ha acceso il dibattito.
Oggi l’Italia si sveglia parlando di David, di film da andare a vedere, di discorsi politici dal palco e di un conduttore che ha osato essere sé stesso. E in fondo, in un’epoca di cerimonie sempre più asettiche, non è poi così male. Il cinema italiano ha bisogno di premi, ma soprattutto di storie che arrivino al cuore della gente. Ieri sera, tra trionfi e frizioni, qualcosa di vero è passato.
Ora tocca al pubblico: andiamo al cinema. Perché solo lì, al buio, davanti a uno schermo grande, questi David trovano davvero il loro senso.
