Decreto Ponte è legge: Salvini esulta, ma l’Italia si divide su un’opera che divide da decenni

ROMA – È calato il sipario sul decreto ponte. Con 160 sì, 110 no e 7 astenuti, la Camera ha convertito in legge il provvedimento che sblocca l’iter del collegamento sullo Stretto di Messina. Matteo Salvini può tirare un sospiro di sollievo: dopo i rilievi pesanti della Corte dei Conti, il governo ha blindato il testo con la fiducia e ha portato a casa il risultato. Ma dietro i numeri della votazione si nasconde una ferita profonda nel Paese. Un’Italia stanca di promesse infrastrutturali che sembrano più slogan elettorali che progetti concreti per il futuro.
Il testo, ufficialmente “disposizioni urgenti in materia di commissari straordinari e concessioni”, è diventato il veicolo per rilanciare il Ponte sullo Stretto. Dopo lo stop della magistratura contabile, che aveva bocciato la delibera Cipess per vizi procedurali, ambientali e di copertura finanziaria, il Mit torna in pista con un nuovo percorso. Si azzera l’iter, si rimodulano i fondi – con 2,8 miliardi circa spostati verso il 2030-2034 – e si rafforzano i poteri di commissari per Anas e Rfi. L’obiettivo dichiarato è far partire i cantieri, ma i tempi reali restano un’incognita che pesa come un macigno sui contribuenti.
Un decreto nato tra tensioni e correzioni
Chi frequenta i palazzi sa che questo decreto ponte non è arrivato liscio. Bozze iniziali con supercommissario e paletti alla Corte dei Conti sono state limate dopo interlocuzioni al Quirinale e stop della Ragioneria. Il risultato è un compromesso che permette al governo di ripartire, ma che lascia aperti i fronti critici: dalla sostenibilità ambientale alle reali ricadute economiche sul Mezzogiorno, passando per il rischio di contenziosi infiniti.
Salvini e la maggioranza parlano di svolta storica, di un’Italia che finalmente collega Nord e Sud, di opportunità per turismo, logistica e lavoro. “Un’opera che cambierà il volto del Paese”, ripetono da settimane. Eppure, proprio mentre il decreto diventava legge, sui social e nelle piazze del Sud emergeva un altro sentimento: scetticismo misto a rabbia. Perché i siciliani e i calabresi aspettano treni che funzionino, strade senza buche, ospedali decenti. E vedono un ponte da 13,5 miliardi (almeno sulla carta) come un miraggio che rischia di divorare risorse senza garantire un futuro migliore.
L’opposizione attacca: “Priorità sbagliate”
Pd, M5S e Avs non hanno perso tempo. “Salvini prende in giro i cittadini”, ha tuonato il centrosinistra, accusando il governo di forzare un progetto divisivo mentre il Mezzogiorno affonda in ritardi cronici. Le associazioni ambientaliste – da Legambiente a WWF – parlano di “forzatura normativa” che aggira controlli veri e rischia di compromettere ecosistemi unici. I dubbi non sono solo ideologici: la Corte dei Conti aveva sollevato questioni concrete su costi, tempi e compatibilità europea. Questioni che il decreto cerca di superare, ma che non scompaiono con un voto parlamentare.
E poi c’è la gente comune. Quella che paga le tasse e vede cantieri eterni altrove. Il Ponte sullo Stretto è diventato simbolo di una politica che promette grandi opere per fare grande notizia, ma spesso lascia dietro di sé solo debiti e delusioni. I favorevoli sognano un volano economico epocale. I contrari temono l’ennesima cattedrale nel deserto, pagata da tutti ma utile a pochi.
Cosa cambia davvero ora
Con il decreto ponte legge, il ministero delle Infrastrutture deve aggiornare il piano economico-finanziario, acquisire pareri tecnici, ambientali e dell’Autorità di regolazione dei trasporti. Si torna al Cipess per una nuova delibera, poi di nuovo alla Corte dei Conti. In mezzo, espropri, contenziosi possibili e l’incognita dei privati. I cantieri non apriranno domani. Anzi, il cronoprogramma slitta e parte delle risorse finisce su opere ferroviarie collegate gestite da Rfi.
È un’accelerazione politica, non per forza operativa. E in un’Italia che arranca tra inflazione, caro-vita e infrastrutture fatiscenti al Nord come al Sud, questo decreto ponte sullo stretto rischia di diventare terreno di scontro permanente. Salvini ci gioca la credibilità di ministro e leader. Meloni lo difende come simbolo di una destra che fa. L’opposizione lo usa per raccontare un esecutivo lontano dalle priorità reali degli italiani.
Il Ponte divide da sempre. Divide la politica, divide le regioni, divide le famiglie che vivono sullo Stretto tra chi vede opportunità e chi teme stravolgimenti irreversibili. Ora che il decreto è legge, la partita non finisce: entra nella fase più delicata, quella dei fatti. E gli italiani, come sempre, guardano con un misto di speranza e diffidenza. Perché di annunci sul Ponte ne hanno sentiti tanti. Questa volta pretendono che sia diverso. Ma la strada – o il ponte – per arrivarci è ancora lunghissima.
Il dibattito è appena cominciato. E sarà caldo.