Concita De Gregorio: quel dolore che il corpo non dimentica e la forza silenziosa dell’amore

C’è un momento, in ogni storia di malattia grave, in cui le parole smettono di essere solo parole. Diventano ponti o muri. Concita De Gregorio, con la sua consueta lucidità tagliente, ha scelto il ponte. Nella recente intervista che accompagna l’uscita del suo nuovo libro La cura (Einaudi Stile Libero), la giornalista e scrittrice ha pronunciato una frase destinata a restare: «Io lo so perché mi è venuto il cancro, c’è sempre un dolore psichico dietro alla malattia. Il farmaco più forte che esiste è l’amore».
Non è una confessione sensazionalistica. È qualcosa di più intimo e disturbante: il riconoscimento che il corpo tiene il conto di ciò che la mente prova a archiviare. De Gregorio non indica colpevoli, non cerca pietà. Racconta una verità che molti malati conoscono ma pochi osano verbalizzare ad alta voce. Il suo non è un diario clinico né un manuale di resilienza a tutti i costi. È un libro corale, popolato di incontri: compagni di stanza, infermieri, medici, sconosciuti che diventano medicina. E al centro, la relazione come unico atto davvero rivoluzionario in un’epoca che ci spinge a chiuderci.
Chi conosce la traiettoria di Concita sa che la sua vita non è stata avara di battaglie. Dalla direzione dell’Unità, con i pesi che ne sono conseguiti, al ruolo di editorialista, passando per le pagine più personali. Nel 2022 arriva la diagnosi di tumore al seno in stadio avanzato. Operazione, terapie, la parrucca portata con dignità e senza drammi inutili. Ma anche la scelta coraggiosa di volare in Australia per dire di persona al figlio della malattia, convincendo i medici che la felicità avrebbe fatto cantare i farmaci. Un gesto che racconta più di mille discorsi sulla forza interiore.
Il corpo che sa e il silenzio che pesa
Quello che colpisce nelle sue parole è l’assenza di retorica guerriera. De Gregorio rifiuta tanto il linguaggio militare («combattere contro il proprio corpo») quanto quello del «dono» della malattia. Non era un’opportunità. Era uno tsunami. E come tale va guardato in faccia, senza lamentarsi inutilmente – educazione «siberiana», la definisce – ma anche senza fingere che non abbia lasciato segni. La stanchezza che arriva prima, la memoria che ogni tanto vacilla, quell’energia che sembra appartenere a un’altra versione di sé.
Eppure proprio da lì emerge una riflessione profonda sulla vulnerabilità. «Il tuo corpo lo sa sempre quello che succede», dice citando una psicoterapeuta. Un dolore psichico precede. Un’ingiustizia, una delusione profonda, una ferita che non si chiude. Non è scienza esatta, lei stessa lo precisa con rispetto per la medicina, ma ha una «rilevanza statistica» che non si può ignorare. Enzo Tortora citato come esempio tragico: assolto, ma il corpo aveva già pagato.
In un Paese come l’Italia, dove il cancro resta un argomento che mescola tabù, paura e storie di rinascita, queste parole smuovono qualcosa. Da una parte chi si riconosce: quante donne, quante madri, quanti professionisti hanno sentito il corpo «guastarsi» dopo un periodo di tensione insostenibile? Dall’altra chi si irrita: possibile ridurre tutto a un dolore psichico? Non si rischia di colpevolizzare i malati? De Gregorio evita con cura questo tranello. Non è colpa nostra, ripete. Non è una punizione. È una mappa che il corpo traccia.
L’amore come farmaco non brevettabile
Il cuore del discorso resta l’amore. Non quello romantico da film, ma quello concreto: l’abbraccio che dura più di trenta secondi, il figlio dall’altra parte del mondo, le amiche che portano il gin tonic in ospedale dentro una bottiglietta d’acqua, gli infermieri che cantano la tua canzone preferita. Relazioni che curano perché tirano fuori dall’isolamento. «Le persone disamate guariscono più difficilmente», afferma netta.
È una tesi quasi politica. In tempi di isolamento digitale, di paura come carburante sociale, riaprirsi diventa atto di resistenza. Il libro non parla solo di tumore: parla di cura come dimensione collettiva. Infermieri pagati poco che tengono in piedi il sistema. Relazioni che salvano quando tutto sembra crollare. E la scelta di condividere invece di chiudersi: «Condividerlo è un atto di cura, per sé e per gli altri».
Le reazioni sui social e nelle conversazioni di questi giorni lo confermano: c’è chi ringrazia per la sincerità, chi trova conforto, chi invece dibatte sulla responsabilità individuale nella malattia. È normale. Concita De Gregorio non ha mai cercato il consenso facile. La sua voce, ferma anche quando ammette la fatica residua, costringe a interrogarsi. Quanto teniamo dentro? Quanto lasciamo che pesi sul corpo prima di riconoscerlo?
Una cura che continua
Oggi Concita continua a lavorare, a scrivere, a vivere. Il tumore è alle spalle nel modo in cui si può dire «alle spalle» con una malattia del genere. Rimane la consapevolezza nuova del tempo, delle priorità, della libertà conquistata dopo aver rischiato di perdere tutto. Non è la storia di una guerriera invincibile. È la storia di una donna che ha guardato l’abisso e ha scelto di trasformare gli incontri in salvezza.
In La cura non si trova consolazione a buon mercato. Si trova invece una geografia del dolore e della relazione che molti stanno riconoscendo come propria. Perché alla fine, ciò che resta quando il corpo si ribella non sono le battaglie vinte o perse, ma le mani tese, gli abbracci, le parole dette al momento giusto. L’amore, appunto. Il farmaco più forte. Quello che nessuno può tagliare dal bilancio sanitario, perché costa solo il coraggio di aprirsi.
E in questo coraggio tranquillo, quasi ostinato, Concita De Gregorio continua a insegnare qualcosa di prezioso: non si guarisce solo con le medicine. Si guarisce anche ricordando che non siamo mai completamente soli, se scegliamo di non esserlo.
