Xi a Trump: «Cina e Usa devono essere uniti». Ma Teheran stringe la morsa su Hormuz e l’Occidente trema

Xi a Trump

ROMA – Mentre Donald Trump e Xi Jinping si stringono la mano a Pechino e parlano di «relazione bilaterale più importante al mondo», il fantasma di una nuova escalation aleggia sullo Stretto di Hormuz. Teheran non arretra di un millimetro: «È nostro e non lo cederemo mai». Nuovi attacchi a navi nella zona, barchini dei Pasdaran in azione, petroliere bloccate o costrette a spegnere i transponder. Il mondo guarda con il fiato sospeso a questo braccio di ferro che rischia di far saltare l’economia globale.

La telefonata, o meglio l’incontro diretto tra i due leader, arriva in un momento di massima tensione. Trump è atterrato in Cina con l’urgenza di sbloccare una situazione che sta costando cara agli Stati Uniti: prezzi del petrolio alti, inflazione che morde, alleati europei critici e nervosi. Xi, dal canto suo, ha ribadito il mantra della stabilità: Pechino e Washington devono collaborare, non scontrarsi. Ma dietro le parole di unità diplomatica si nasconde il calcolo freddo degli interessi. La Cina, grande importatrice di greggio iraniano, ha tutto da perdere da un blocco prolungato di Hormuz, che rappresenta il 20% del petrolio mondiale. Eppure non sembra disposta a fare il lavoro sporco per Washington.

La sfida iraniana

Teheran sa di avere in mano una carta decisiva. «Hormuz è nostro», ripetono i Guardiani della Rivoluzione, e i fatti degli ultimi giorni lo confermano. Attacchi a imbarcazioni, definizioni ampliate della zona operativa, navi sequestrate o costrette a percorsi alternativi. L’Iran ha dimostrato di poter tenere in scacco il traffico marittimo nonostante la superiorità militare americana e israeliana. I missili non sono finiti, i siti lungo la costa sono in gran parte operativi. E mentre Trump parla di «Project Freedom» per riaprire con la forza lo stretto, i pasdaran minacciano di trasformare quelle acque in un cimitero di navi.

È una guerra di logoramento. L’Iran resiste, bypassa il blocco con rotte alternative attraverso il Caspio e ferrovie verso la Cina, e aspetta che il dolore economico colpisca prima l’Occidente. I mercati lo hanno già capito: il Brent tiene sopra i 100 dollari, le borse europee ballano, e in Italia si inizia a temere il ritorno di un’inflazione energetica che peserebbe su famiglie e imprese già provate.

L’Europa in mezzo, l’Italia esposta

Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il nodo Hormuz non è solo geopolitico: è esistenziale. Dipendiamo da quelle rotte per il gas e il petrolio. Una chiusura prolungata significa bollette più care, costi di produzione alle stelle e un possibile shock recessivo. Eppure l’atteggiamento degli alleati europei – critiche a Trump, scarsa disponibilità a operazioni navali dirette – irrita profondamente Washington. Macron e gli altri preferiscono la diplomazia, ma nel frattempo le petroliere restano bloccate.

La Repubblica islamica gioca proprio su questa divisione. Sa che il tempo è dalla sua parte: più il conflitto si trascina, più cresce la pressione su Trump per chiudere un accordo, anche a condizioni non ideali. E Pechino, con la sua influenza su Teheran, si candida implicitamente come mediatore indispensabile, rafforzando la propria posizione globale.

Il doppio gioco delle grandi potenze

C’è un’ipocrisia di fondo in questa crisi che pochi osano nominare ad alta voce. Trump e Xi si parlano di «unità» mentre il Medio Oriente brucia e le navi rischiano la vita. La Cina compra ancora petrolio iraniano, l’Iran usa rotte cinesi per sopravvivere, e Washington chiede aiuto a chi fino a ieri definiva rivale strategico. Dietro le strette di mano al Tempio del Cielo si gioca una partita di potere purissima: chi controllerà le rotte energetiche controllerà il secolo.

I cittadini italiani, come gli europei, sentono questa tensione sulla pelle. Non è solo la paura di un’escalation nucleare o di nuovi conflitti regionali. È la preoccupazione concreta per il domani: quanto costerà fare il pieno, riscaldare casa, tenere in piedi le fabbriche. È l’angoscia che una guerra lontana decida il nostro tenore di vita.

La diplomazia corre contro il tempo. Ogni nuovo attacco vicino a Hormuz, ogni dichiarazione dura da Teheran, rende più difficile un cessate il fuoco già definito «appeso a un filo». Trump ha bisogno di una vittoria da mostrare, Xi di stabilità per la sua economia, l’Iran di sopravvivere senza inginocchiarsi. Nel mezzo, il mondo trattiene il respiro.

E mentre i leader si confrontano a Pechino, le acque dello stretto restano un teatro pericoloso. Un errore, un barchino troppo aggressivo, un missile fuori controllo, e la tensione potrebbe trasformarsi in tragedia aperta. L’Italia, con i suoi interessi energetici e la sua posizione nel Mediterraneo, non può permettersi di restare spettatrice. La crisi di Hormuz ci riguarda tutti, da vicino.

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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